Articoli http://www.aresitaly.com Tue, 23 Oct 2018 07:29:02 +0200 Joomla! - Open Source Content Management it-it Storia di servizio della HMS Amphion (1798) http://www.aresitaly.com/articoli/item/60-storia-di-servizio-della-hms-amphion-1798.html http://www.aresitaly.com/articoli/item/60-storia-di-servizio-della-hms-amphion-1798.html
La HMS Amphion (His Majesty Ship) era una fregata di quinta classe armata di 32 cannoni da 12 libbre in servizio alla marina da guerra britannica durante il periodo delle guerre napoleoniche, la fregata fu costruita dai cantieri navali Betts di Mistleythorn e fu varata il 19 marzo 1798. La nave varata nel 1798 fu la seconda a prendere il nome dell'eroe greco Anfione nella storia della Royal Navy, la prima della stessa potenza di fuoco e classe venne varata nel 1780 ed andò accidentalmente distrutta a causa dell'incendio divampato nella Santa Barbara della nave il 22 settembre 1796, ed anche se mai dimostrata la causa ufficiale risultò essere che il capo cannoniere della nave durante il trasporto della polvere nera nella concitazione ne avesse rovesciato un po' vicino al deposito polveri e che in seguito casualmente prendendo fuoco aveva causato la deflagrazione del deposito .

La prima missione della HMS Amphion fu in Jamaica nel 1798, ma a partire dal 1799 già si trovava lungo le coste del sud della Spagna sotto il comando dal Capitano Bennet dove catturò una nave cannoniera spagnola, la fregata rimase in servizio attivo nel Mare Mediterraneo fino alla firma della pace di Amiens avvenuta fra il governo legittimo della Francia rivoluzionaria e repubblicana rappresentata da Giuseppe Bonaparte e la Gran Bretagna rappresentata da Lord Cornwallis il 25 marzo 1802. Fu disposto quindi il rientro in patria della nave dove fu impiegata alla lotta dei contrabbandieri inglesi nel canale della manica e dopo qualche tempo ricevette l'incarico di trasportare l'ambasciatore di Sua Maestà Britannica in Portogallo a Lisbona.

Nel 1803 la HMS Amphion fu dismessa e tutto il suo equipaggio fu messo a mezza paga, solo più tardi reimpiegata in servizio, ricevette l'ordine di trasportare l'Ammiraglio Sir Horatio Nelson nel Mar Mediterraneo per prendere il comando della Famosa Mediterranean Fleet; la nave rimase nel Mediterraneo sotto il comando del Capitano di Vascello Samuel Sutton e durante il periodo di permanenza prese parte alla flotta che eseguì il blocco del convoglio di navi francesi al comando dell'Ammiraglio Pierre-Charles Villenueve presso il porto di Tolone che aveva l'intento di invadere la Gran Bretagna e le sue colonie in America.

La HMS Amphion nel corso dell'anno 1804 fu una delle navi selezionate per la caccia e la cattura delle navi tesoriere spagnole e il 5 ottobre dello stesso anno si contraddistinse, assieme ad altre tre fregate che componevano la squadra , per la distruzione di una flotta composta da quattro fregate spagnole al comando del Brigadiere del Mare José de Bustamante y Guerra al largo delle coste spagnole. Nell'ottobre del 1805 il comando fu affidato a Lisbona al Capitano di Vascello William Hoste che fece salpare la fregata verso Gibilterra e succeccivamente Algeri prima di operare fra Cadice e le coste siciliane.

Nel maggio del 1808, Hoste ricevette l'ordine di attaccare la fregata francese Baleine fuori da Rosas e la HMS Amphion riuscì a distruggere la nave avversaria senza avere ne perdite e ne danni significativi, a novembre dello stesso anno la HMS Amphion si unì fuori da Trieste alla HMS Unite per pattugliare le coste del Mare Adriatico. Nei tre anni seguenti, sotto il brillante comando di Hoste, operò nel blocco del commercio e la fregata riuscì a catturare e distruggere una grande quantità di convogli italo-francesi trasportanti provviste attirando l'attenzione su di se di una squadra navale francese al comando del Capitano di Vascello Bernard Dubordieu che promosse varie azioni per contrastare il dominio della flotta inglese dell'adriatico e che si concluderanno con la battaglia di Lissa dell'11 marzo 1811.

L'11 marzo 1811 una flotta comandata dal Capitano di Vascello Bernard Dubordieu (1773 - 1811), composta da fregate francesi, italia

ne e venete, salpò da Ancona in direzione di Lissa trasportando truppe destinate ad attaccare l'isola. Lissa era diven

tata di importanza cruciale poiché gli inglesi nello stesso anno vi avevano fondato una base militare per consolidare il blocco continentale. Già nell'ottobre del 1810 le navi francesi avevano forzato la rada di Porto SanGiorgio (sull'isola di Lissa) e liberato alcuni prigionieri francesi tenuti sull'isola.
La flotta italo-francese era composta da una divisione di 10 navi, 7 italiane e 3 francesi:

- Corona (fregata, da 36 cannoni),
- Bellona (corvetta italiana, da 30 cannoni),
- Carolina (corvetta veneziana, da 30 cannoni),
- Principessa Augusta (brick italiana, 18 cannoni),
- Principessa di Bologna (brick italiana, 18 cannoni),
- Eugenio (sciabica italiana),
- Lodola (avviso italiano),
- Danaé (fregata francese, da 44 cannoni),
- Favorite - Favorita (fregata francese, da 44 cannoni),
- Flore - Flora (trappola francese, da 44 cannoni).

Mentre la flotta britannica, comandata dal Capitano Hoste, era composta da 4 fregate:

- HMS Active, armata con 38 cannoni da 18 libbre
- HMS Amphion, armata con 32 cannoni da 12 libbre
- HMS Cerberus, armata con 32 cannoni da 12 libbre
- HMS Volage, armata con 22 carronate da 32 libbre

Dubordieu con la Favorite e la Flore attaccò per primo cercando di abbordare l'Amphion, l'ammiraglia britannica, ma fu respinto dal tiro a mitraglia dei cannoni inglesi, con gravi perdite nell'equipaggio, fra cui lo stesso ammiraglio. La Flore, approfittando del fatto che l'Amphion era impegnata dalla Favorite, era riuscita a portarsi al traverso di poppa ed a colpirla con un tiro di infilata, appoggiata in questa azione dalla Bellona. La risposta dell'Amphion metteva fuori combattimento entrambe le fregate nemiche, costringendo la Flore a riparare a Lesina  e la Bellona ad arrendersi. Dato che la Favorite era in condizioni disperate, il colonnello Gifllenga (che era subentrato ai deceduti Dubordieu e La Meillerie) decise di traferire i feriti sull'Eugenio e sulla Principessa di Bologna che ripararono, assieme alla Lodola ed alla Principessa Augusta a Spalato. Dopodiché Gifllenga si diresse verso la punta di Smocova, attaccò il porto di Lissa, catturò alcune navi inglesi che utilizzò per mettere in salvo a Lesina l'equipaggio e le truppe sopravvissute. Per paura che finisse in mano inglese incendiò la Favorite, che era già stata portata all'incaglio dall'equipaggio.

Nel frattempo la Bellona aveva danneggiato gravemente il Cerberus ed aveva catturato il Volage, che, però, scappò, riparando a Lissa, quando il Danaé cannoneggiò la Bellona scambiandola per nave nemica. Il fuoco amico mise fuori servizio la Bellona che fu catturata dagli inglesi e successivamente anche la Corona fu catturata, ed entrambe le navi entreranno in servizio presso la Royal Navy nell'anno successivo con il nome HMS Dover (Bellona) e HMS Daedalus (Corona).

Oltre al Cerberus fu danneggiata gravemente anche l'Amphion e quest'ultima una volta fatto le riparazioni necessarie a favorire una navigazione sicura, essendo stato il Capitano Hoste ferito seriamente ad una gamba fu costretta a rimpatriare in Gran Bretagna per fornire cure adeguate al comandante, mentre le altre tre navi facenti parte della squadra fecero rotta per Malta ove furono riparati i danni causati dalla battaglia La battaglia di Lissa confermò il predominio inglese nell'Adriatico.

Nel 1813 la HMS Amphion fu assegnata alla flotta del Mare del Nord ed alla fine dello stesso anno il suo equipaggio sbarco sull'isola di Schowen (Paesi bassi) che catturò facendola divenire dominio britannico. All'inizio del 1814 la HMS Amphion continuò le azioni di attacco alle batterie costiere ed alle postazioni militari sulle coste del Nord della Francia, ma con la fine della guerra fu ordinato alla fregata il rientro in patria. Nel 1818 venne affidato l'ultima missione della sua valorosa carriera alla HMS Amphion consistente nel pattugliamento delle coste brasiliane, al suo rientro nel 1820 fu disarmata e messa fuori servizio dopo 22 anni di glorioso servizio. A novembre del 1820 fu affondata nei pressi di Woolwich per formare una barriera frangiflutti e nel settembre del 1823 il relitto fu venduto alla società Joliffe and Banks che ne dispose la rimozione.

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stefanoferri_@libero.it (Stefano Ferri) Slops & Lobsters Wed, 21 Mar 2012 19:45:48 +0100
La Campagna di Trafalgar http://www.aresitaly.com/articoli/item/59-la-campagna-di-trafalgar.html http://www.aresitaly.com/articoli/item/59-la-campagna-di-trafalgar.html

Gli eventi che portarono alla battaglia di Trafalgar iniziarono nel maggio 1803 con la rottura della Pace di Amiens. Dal luglio dell’anno successivo Napoleone comincia a progettare l’invasione della Gran Bretagna, prevista per gli inizi del 1805, ed a tale scopo inizia a radunare a Boulogne gran parte delle sue truppe di terra. Si iniziano a costruire barconi per l’attraversamento della Manica, ma la premessa basilare per la riuscita di questo piano era il completo controllo del Canale anche solo per qualche giorno e questo era il compito principale che doveva svolgere la marina francese.

 

 

In Inghilterra questi preparativi non passarono inosservati e per prevenire questa evenienza, l’Ammiragliato dispose il blocco totale delle coste francesi e dei paesi alleati; diverse squadre navali inglesi controllavano costantemente i principali ancoraggi metropolitani della flotta francese: Brest(1), Rochefort(2) e Tolone(3). Dal dicembre 1804, quando anche la Spagna dichiarò guerra alla Gran Bretagna, subirono la stessa sorte anche i porti militari spagnoli: El Ferrol(6), Cadice(7) e Cartagena(8). Napoleone nell’ottobre del 1804 ideò il suo Grand Design, cioè il piano d’invasione dell’Inghilterra. Le linee generali prevedevano che, al comando del Vice Ammiraglio Villeneuve, il maggior numero di navi francesi, una volta riunitesi con gli spagnoli, attraversasse l’Atlantico per un attacco diversivo contro i possedimenti inglesi nelle Indie Occidentali per poi tornare in Europa e distruggere la flotta inglese in una battaglia decisiva. In seguito le flotte combinate dovevano proteggere la traversata delle forze di invasione verso le coste del Kent. Potenzialmente le forze francesi e spagnole combinate, con più di 50 navi di linea disponibili, erano largamente superiori alla flotta inglese, ma Napoleone non era uno stratega navale e questo piano, che prevedeva una elevata coordinazione fra tutte le forze coinvolte, non teneva conto delle incertezze inerenti la navigazione in alto mare e soprattutto dei movimenti della flotta inglese. L’imperatore non poteva muovere le sue navi in mare come le armate sulla terra.Dopo il primo tentativo infruttuoso del gennaio del 1805, solo le navi del C. Amm. Messiessy raggiunsero l’Atlantico, il 30 marzo il V. Amm. Villeneuve riuscì ad eludere il blocco inglese davanti a Tolone. Si diresse verso le coste spagnole ed al largo di Cadice si riunì con 6 navi di linea dell’Amm. Gravina. Non conoscendo la posizione di Nelson nel Mediterraneo, il 9 aprile Villeneuve con una flotta costituita ora da 18 vascelli si diresse verso la Martinica che raggiunsero a metà maggio. Il previsto ricongiungimento con la squadra di Messiessy, che era già ripartito per l’Europa, e con quella del V. Amm. Gaunteaume, che non era riuscito a forzare il blocco davanti a Brest, non avvenne. Le flotte combinate, con la sola aggiunta delle due navi del C. Amm. Mangon, ripartirono per l’Europa l’11 giugno. Dopo un combattimento infruttuoso con la squadra inglese del V. Ammiraglio Calder presso Capo Finisterre in cui furono perse due navi spagnole, Villeneuve entrò a El Ferrol il 1° agosto ed il 21, assieme alle navi all’ancora nel porto, partì per Cadice. Nelson incrociava con la sua squadra del Mediterraneo a largo di Palermo nel momento in cui Villeneuve lasciava Tolone ed avutane notizia solo il 18 aprile si mise subito all’inseguimento delle flotte combinate. Raggiunse i Caraibi ai primi di giugno, incrociò infruttuosamente in quelle acque ed il 13 ripartì per l’Europa. Arrivato a Londra fu nominato dall’Ammiragliato comandante in capo della flotta inglese ed a metà settembre si riunì alla flotta si Collingwood che stazionava al largo di Cadice, per attaccare battaglia con la flotta nemica. I piani di battaglia Quando Nelson, il 10 ottobre, riunì i capitani della sua flotta per esporre il piano di battaglia, questi rimasero molto perplessi per l’audacia dimostrata. Il comandante inglese, ritenendo che la consistenza della flotta nemica fosse superiore rispetto a quella che poi effettivamente incontrò a Trafalgar, prevedeva di suddividere le sue 27 navi in tre divisioni; due colonne di attacco dovevano dirigersi ortogonalmente alla rotta delle navi alleate e dovevano spezzare la linea franco-spagnola in modo da non ingaggiare un combattimento classico fra due linee parallele, ma coinvolgere le navi nemiche in un combattimento “corpo a corpo” fra singole navi; in questo modo la superiorità numerica nemica sarebbe stata vanificata. Una terza squadra, tenuta di riserva, doveva impedire che l’avanguardia alleata si riunisse al grosso della flotta impegnata in un combattimento di siffatta maniera. Così facendo però l’ammiraglio si prendeva dei rischi enormi perché permetteva agli alleati la manovra del “taglio della T” e quindi durante l’avvicinamento, soprattutto le navi in testa alle due colonne d’attacco, sarebbero state bersagliate da un intenso fuoco di batteria a cui non potevano rispondere adeguatamente; questo però era l’unico modo per conseguire una vittoria schiacciante su Napoleone. Per la riuscita del suo piano Nelson confidava nelle capacità dei suoi capitani e nel migliore addestramento sia dei suoi marinari che dei suoi cannonieri. 

Dopo l’inconsistente azione di Capo Finisterre(7) e la decisione di Villeneuve, per altro condivisa da Gravina, di dirigersi verso Cadice invece che ricongiungersi con la flotta di Gaunteaume a Brest, un Napoleone estremamente deluso e sfiduciato nei confronti della marina decise smaltellare il Campo di Boulogne e dirigere i suoi sforzi contro gli Austro-russi ad est. Alla fine di settembre l’imperatore ordinò a Villeneuve di dirigere le flotte combinate prima a Napoli e poi a Tolone, dove questi sarebbe stato sostituito dal V. Ammiraglio Rosily. Purtroppo Napoleone sottovalutava la consistenza della squadra inglese che incrociava a largo di Cadice e le precarie condizioni della flotta dopo un lungo viaggio che l’aveva portata ai Carabi e ritorno. Conscio delle inferiori capacità della sua flotta rispetto a quella inglese, l’ammiraglio francese obbedì con riluttanza e la mattina del 20 ottobre salpò le ancore con rotta verso sud verso lo stretto di Gibilterra. Negli ordini di battaglia che emanò ai suoi capitani, il comandante francese prevedeva che gli inglesi, per la battaglia, non si sarebbero disposti in linea di fila parallela a quella alleata, ma avrebbero tentato di romperla ed accerchiarne la retroguardia. Ordinava quindi ai suoi capitani di assistersi l’un con l’altro e di seguire la nave ammiraglia senza rompere 


La battaglia

la linea di fila. Appena la flotta franco spagnola prese il largo, le fregate inglesi di sorveglianza al largo delle coste spagnole informarono immediatamente Nelson che incrociava a circa 50 miglia ad occidente; l’ammiraglio inglese, vista l’effettiva consistenza della flotta nemica, decise di modificare il suo piano raggruppando le sue navi in sole due colonne d’attacco: la prima al comando di Nelson stesso composta di 13 navi e la seconda al comando del V. Ammiraglio C. Collingwood di 14 navi. La flotta inglese ora navigava lentamente in direzione NE, verso il nemico. A causa della scarsa esperienza di navigazione in formazione, la flotta alleata riusciva a stento a mantenere un ordine regolare; Villeneuve sperava ancora di riuscire a raggiungere il Mediterraneo senza incontrare gli inglesi, ma la sera del 20 la flotta di Nelson fu avvistata: la battaglia era adesso inevitabile. Entrambe le flotte iniziarono a manovrare per ottenere la migliore posizione per il combattimento. Villeneuve, sulla Bucentaure, ordinò di costituire la linea di battaglia; in testa c’era la Squadra di Osservazione (Amm. Gravina), seguivano la Squadra di Avanguardia (V. Amm. De Alava), la Squadra di Centro (V. Amm. Cisneros) e la Squadra di Retroguardia (C. Amm. Dumanoir le Pelley). Alle ore 8 del 21 ottobre il 

comandante francese diede l’ordine di invertire la rotta in direzione NNO, verso gli inglesi, con un’accostata ad un tempo(8). A causa del lieve vento che spirava da ovest ci vollero più di due ore affinché tutti i vascelli eseguissero l’ordine ed al momento della battaglia ancora non era stata ristabilita un’unica linea di battaglia: le varie navi erano disposte lungo un ampio arco. Come risultato finale la Squadra di Retroguardia divenne l’avanguardia della flotta e la Squadra di Osservazione la retroguardia. Alle ore 6, anche Nelson aveva ordinato di costituire le due colonne d’attacco; lui comandava quella di Sopravento(9), mentre Collingwood quella di Sottovento(10), più a sud. La flotta inglese si dirigeva direttamente contro la linea alleata. Fu allora che Nelson fece issare 

sulla Victory il famoso segnale “L’Inghilterra si aspetta che ogni uomo compia il suo dovere”(11). Alcuni comandanti alleati, alla vista delle navi inglesi capirono immediatamente in quale pericolo si stavano imbattendo; il comandante della San Jaun Nepomuceno, l’ultima nave della linea franco-spagnola profetizzò al suo secondo: “L’avanguardia sarà esclusa dal combattimento e la retroguardia si troverà in forte inferiorità numerica. Metà della linea sarà costretta all’inattività. L’ammiraglio francese non lo capisce e non lo capirà. L’unica cosa che dovrebbe fare è ordinare all’avanguardia di invertire la rotta per andare a rafforzare la retroguardia. In questo modo il nemico si troverebbe stretto tra due fuochi”. Attese a lungo, ma inutilmente; quest’ordine fu dato solo quando ormai era troppo tardi.

Le navi alleate si muovevano verso nord, lentamente a causa del vento sfavorevole, mentre le due colonne d’attacco inglesi procedevano col vento in poppa verso la linea nemica; la Colonna di Sottovento era più avanzata rispetto all’altra ed entrò prima in contatto col nemico. La prima salva della battaglia fu sparata poco dopo mezzogiorno(12) dallaFougueux contro la Royal Sovereign in testa alla linea inglese: la nave inglese non doveva arrivare indenne alla linea francese. L’ammiraglia di Collingwood subì senza rispondere il fuoco della linea francese fino a che non superò la linea alleata ed allora riversò la sua bordata di 50 cannoni contro la Santa Ana da distanza molto ravvicinata distruggendole completamente il timone. Le navi vicine si concentrarono subito contro la tre ponti inglese che fu sottoposta all’attacco da cinque navi alleate; il fuoco fu così intenso che testimoni oculari affermarono che alcune palle di cannone si scontrarono a mezz’aria. Il calvario della Royal Sovereign durò per circa venti minuti fino a quando prima la Belleisle e poi la Mars non intervennero in suo aiuto subendo anch’esse l’attacco concentrato delle navi francesi e spagnole. Alla fine della battaglia entrambe i vascelli inglesi erano incapaci di muoversi, completamente disalberati e con pesantissimi danni agli scapi. Via via che sempre più navi della Colonna di Sottovento entravano in battaglia con la retroguardia alleata, lo scontro si sviluppava in combattimenti isolati fra due o tre navi a distanza di circa 400 metri, in cui i cannonieri inglesi facevano valere il loro superiore addestramento; molte navi si scontrarono, rimanevano incastrate ed i combattimenti si trasformavano in sanguinosi abbordaggi. Dopo più tre ore di aspri combattimenti la squadra di Collingwood aveva sconfitto la retroguardia alleata e catturato più di sette navi nemiche. La Colonna di Sopravento entrò in contatto col nemico una quarantina di minuti dopo quella di Sottovento; durante l’avvicinamento Nelson aveva cercato insistentemente l’ammiraglia di Villeneuve ed una volta riconosciuta diresse velocemente la Victory contro la Becentaure. La linea franco spagnola sparò contro la nave inglese un fuoco continuo, ma questa non rispose mai ed arrivata a brevissima distanza sparò in rapida successione varie bordate che sconquassarono il vascello francese. Di seguito Nelson, con la Temerarie in appoggio, attraversò la linea alleata per affrontare la Neptune e la Redoutable. Anche in questo caso il combattimento si sviluppò a brevissima distanza tanto che quest’ultima nave e la Victory si impigliarono a prora. Il comandante della Redoutable, Capitano J. J. Lucas, aveva addestrato il suo equipaggio alle tattiche di abbordaggio e comandò l’assalto alla Victory; contemporaneamente dalle coffe i fanti di marina francesi sparavano sulla nave inglese e fu proprio in questo momento che Nelson fu colpito a morte da un colpo di fucile proveniente proprio dalla Redoutable. L’Ammiraglio inglese fu portato subito sottocoperta, ma le sue condizioni apparvero subito disperate; Nelson mori due ore dopo. Anche la sorte della nave di linea francese era segnata dopo che fu speronata dalla Temerarie che cercava di alleggerire la pressione sull’ammiraglia inglese: la Redoutable fu una delle navi partecipanti alla battaglia che subì gravissime perdite. L’avanguardia alleata(13)comandata dal C. ammiraglio Dumanoir Le Pelley, nonostante le pressanti richieste d’aiuto inviate da Villeneuve, continuò la sua rotta allontanandosi dalla battaglia e solo dopo le ore 14 iniziò a virare. Le navi inglesi che costituivano la coda della Colonna di Sopravento le si avvicinarono cercando di impedire che queste navi portassero aiuto alle altre navi francesi e spagnole duramente impegnate nel combattimento. I vascelli spagnoli della Squadra di Retroguardia si diressero subito verso la Santissima Trinidad, ormai disalberata e furono subito attaccati dalle navi inglesi, mentre i quattro vascelli francesi, intatti, approfittando della situazione, si allontanarono nell’Oceano Atlantico. La fuga del C. Ammiraglio francese si interruppe il 2 novembre successivo quando le sue navi furono intercettate e catturate nel Golfo di Biscaglia dal comandante inglese R. 
Stracham. Per la sua condotta a Trafalgar, Dumanoir Le Pelley fu successivamente condannato da una corte marziale francese.

La sera del 21 ottobre vide gli inglesi vincitori dello scontro, anche se molte delle loro navi erano pesantemente danneggiate; la stessa Victory, completamente disalberata ed incapace di muoversi, fu trainata a Gibilterra dalla Neptune e la stessa sorte subirono diverse altre navi inglesi. Meno di un terzo delle navi alleate che avevano lasciato Cadice la mattina del 20 ottobre riuscirono a trovare riparo in porti amici; tutte le altre furono catturate o affondate a Trafalgar. Le navi franco spagnole fuggite a Cadice si riorganizzarono sotto il comando del Commodoro francese J. Cusmao Kerjiulien per cercare di liberare le navi catturate a Trafalgar ed il 24 fecero un’efficace incursione contro la flotta di Collingwood che le scortava a Gibilterra. Trafalgar segna la fine del sogno di Napoleone di invadere la Gran Bretagna.
Le navi francesi tecnicamente non avevano nulla da invidiare alle inglesi e l’esito della battaglia fu dovuto principalmente al maggiore addestramento dei marinai e cannonieri inglesi ed alla maggiore libertà ed intraprendenza dei loro comandanti. Per altri dieci anni continuò ad essere padrone incontrastato in Europa, ma il suo impero rimase sempre un impero continentale. La Gran Bretagna era sempre padrona degli oceani e la più fiera nemica dell’Imperatore. La flotta francese fu ricostruita, ma non uscì mai più in forze per affrontare gli inglesi in mare aperto(14). Solamente le fregate francesi di base ad Ile de France(15) nell’Oceano Indiano contrastarono la supremazia navale inglese fino a quando fu possibile data il loro isolamento dalla madrepatria.      

Disposizione della flotta alleata all’inizio della battaglia da Nord a Sud    

Squadra di Retroguardia - C. Amm. P. Dumanoir le Pelley

Nave   Comandante Esito a Trafalgar
Neptuno (80) E Cap. C. Valdes Catturata
Scipion (74)

 

F Cap. C. Berenger Fuggita – Catturata da Stracham
Intrepid (74) F Cap. L. Infernet Catturata
Formidabile (80)

 

F C. Amm. Dumanoir le Pelley

Cap. J. M. Lettelier

Fuggita – Catturata da Stracham
Mont Blanc (74)

 

F Cap. N. L Villegris Fuggita – Catturata da Stracham
Duguay Trouin (74) F Cap. C. Touffet Fuggita – Catturata da Stracham
Rayo (100) E Cap. E. Macdonnell Sfuggita a Cadice
San Francisco de Asis (74)

 

E Cap. L. De Flores Sfuggita a Cadice

Squadra di Centro - V. Amm. P. Villeneuve – C. Amm. H. Cisneros 

Nave   Comandante Esito a Trafalgar
San Augistin (74) E Cap. F. Xado Cagigal Catturata
Heros (74) F Cap. J. B. Poulain Sfuggita a Cadice
Santissima Trinidad (140) E C. Amm. H. Cisneros

Comm. F. De Uriarte

Catturata
Bucentaure (80) F V. Amm. P. Villeneuve

Cap. J. J. Magendie

Catturata
Redoutable (74) F Cap. J. J. Lucas Catturata
Neptune (84) F Comm. E. T. Maistral Sfuggita a Cadice
San Leandro (64) E Cap. J. Quevedo Sfuggita a Cadice

Squadra di Avanguardia - V. Amm. I. M. De Alava 

Nave   Comandante Esito a Trafalgar
San Justo (74) E Cap. M. Gaston Sfuggita a Cadice
Indomptable (80) F Cap. J. J. Hubert Sfuggita a Cadice
Santa Ana (112)   V. Amm. I. M. De Alava

Cap. J. Gardoqui

Catturata
Fougueux (74) F Cap. L. A. Beaudouin Catturata
Monarca (74) E Cap. T. Argumosa Catturata
Pluton (74) F Comm. J. Cusmao Kerjiulien Sfuggita a Cadice

Squadra di Osservazione - Amm. F. C. Gravina 

Nave   Comandante Esito a Trafalgar
Algeciras (74) F Com. L. Le Tourner Catturata
Baliama (74) E Comm. D. Alcalà Galiano Catturata
Aigle (74) F Cap. P. Gourrege Catturata
Swiftsure (74) F Cap. C. E. H. Villemadrin Catturata
Montanes (74) E Cap. J. Alcedo Sfuggita a Cadice
Argonaute (74) F Cap. J. Epron Sfuggita a Cadice
Argonauta (80) E Cap. A. Pareja Catturata
San Ilde fonso (74) E Comm. J. De Vargas Catturata
Achille (74) F Cap. L. Denieport Catturata
Principe de Asturias (11 2) E Amm. F. C. Gravina Cap. R. De Hore Sfuggita a Cadice
Berwick (74) F Cap. J. F. Filhol Camas Catturata
San Juan de Nepomuceno(74) E Comm. C. Churruca Catturata

Fregate 

Nave   Comandante Esito a Trafalgar
Rhin (40) F Cap. Chesneau  
Hortense (40) F Cap. La Meillerie  
Cornelie(40) F Cap. De Marinenq  
Themis (40) F Cap. Jugan  
Hermione (40) F Cap. Mahe  

Disposizione della flotta inglese all’inizio della battaglia da Est ad Ovest Colonna di Sopravento - V. Amm. H. Nelson 

Nave Comandante
Victory (100) V. Amm. H. Nelson

Cap. T. Hardy

Temerarie (98) Cap. E. Havery
Leviathan (74) Cap. H. Bayntun
Conqueror (74) Cap. T. Fremantle
Britannia (100) Cap. C. Bullen
Ajax (74) Ten. P. Pilfold
Agamemnon (64) Cap. E. Berry
Orion (74) Cap. E. Codrington
Prince (98) Cap. R. Grindall
Minotaur (74) Cap. C. Mansfield
Spartiate (74) Cap. F. Laforey
Africa (64) Cap. H. Digby

Colonna di Sottovento - V. Amm. C. Collingwood 

Nave Comandante
Royal Sovereign (100) V. Amm. C. CollingwoodCap. E. Rotheram
Belleisle (74) Cap. W. Hargood
Mars (74) Cap. G. Duff
Tonnant (80) Cap. C. Tyler
Bellerophon (74) Cap. J. Cooke
Colossus (74) Cap. J. N. Morris
Achille (74) Cap. R. King
Revenge (74) Cap. R. Morrison
Defiance (74) Cap. P. Durham
Swiftsure (74) Cap. W. Rutherford
Dreadnought (98) Cap. J. Conn
Plyphemus (64) Cap. R. Redmill
Thunderer (74) Ten. J. Stockham
Defence (74) Cap. G. Hope

Fregate 

Nave Comandante
Euryalus (36) Cap. Blackwood
Naiad (36) Cap. Dundas
Phoebe (36) Cap. Bladen Capel
Sirius(36) Cap. Prowse

Bibliografia
M. Zatterin, Trafalgar: La battaglia che fermò Napoleone, Milano, 2005
G. Fremont-Barnes, Trafalgar 1805: Nelson’s crowning victory, Londra, 2005
R. Muñoz Bolaños, Trafalgar 1805: Gloria y derrota de la Armada españiola, Madrid, 2005 Note (1) Nel porto c’erano 21 navi di linea e 6 fregate al comando del Vice Ammiraglio H. Gaunteaume (2) Nel porto c’erano 5 navi di linea e 5 fregate al comando del Contrammiraglio E. T. de Missiessy (3) Nel porto c’erano 11 navi di linea e 6 fregate al comando del Vice Ammiraglio P. C. Villeneuve (4) Nel porto c’erano 12 navi di linea e 3 fregate al comando del Vice Ammiraglio J. Grandallana. Inoltre 5 navi di linea francesi erano lì alla fonda al comando del Contrammiraglio Goudron, poi sostituito in agosto dal Contrammiraglio P. Dumanoir Le Pelley (5) Nel porto c’erano 13 navi di linea e una fregata al comando dell’Ammiraglio F. Gravina
(6) Nel porto c’erano 8 navi di linea e due fregate al comando del Vice Ammiraglio J. J. Salcedo (7) In una lettera indirizzata al ministro Decres il 1° settembre, l’Imperatore elogiava il comportamento degli spagnoli durante lo scontro e soprattutto quello di Gravina; mentre si dichiarava estremamente indignato per la decisione di Villeneuve di non attaccare a fondo la squadra inglese (8) Questa è una manovra molto complicata e da eseguirsi solo dopo appropriato addestramento, cosa che i marinai francesi e spagnoli non avevano; prevede che tutte le navi che formano una line di file virino tutte contemporaneamente; così facendo la testa e la coda della linea si invertono. Alla battaglia dello Jutland durante la prima guerra mondiale, i tedeschi eseguirono per due con successo l’accostata ad un tempo e gli ufficiali inglesi che vi assistettero riuscivano a stento a credere ai loro occhi (9) La Weather Column (10) La Lee Column (11) In realtà il messaggio comandato dall’ammiraglio era “Nelson confida che ogni uomo compia il suo dovere”, ma su suggerimento di uno dei suoi ufficiali fu sostituita le parola “Nelson” con “Inghilterra” e per motivi partici, non esisteva un segnale codificato corrispondente alla parola “confida”, fu un altro il messaggio che passò alla storia (12) Stabilire una sequenza cronologica esatta dei fatti della battaglia di Trafalgar è molto difficile; secondo i diari delle navi che vi parteciparono il primo colpo fu sparato, a seconda delle fonti, fra le 11:30 e le 12:35. Prenderemo come riferimento i diari della Royal Sovereign
(13) La Squadra di Retroguardia che a causa dell’accostata ad un tempo era divenuta la testa della flotta alleata (14) Nel 1809 al largo di Lissa nel mare Adriatico ci fu una battaglia navale in cui la flotta inglese sconfisse una squadra italo francese
(15) L’isola di Maurizius

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san.tin@libero.it (Sandro Tinti) Slops & Lobsters Wed, 21 Mar 2012 19:36:14 +0100
Il volto della guerra nell’Italia comunale http://www.aresitaly.com/articoli/item/58-il-volto-della-guerra-nell’italia-comunale.html http://www.aresitaly.com/articoli/item/58-il-volto-della-guerra-nell’italia-comunale.html

Le forme che la guerra prendeva nell’Italia comunale del XIII secolo non erano dissimili da quanto accadeva nel resto d’Europa. La guerra era fatta principalmente di saccheggi, talvolta di assedi e molto raramente due città venivano a giornata, ossia si scontravano in battaglia. In questo articolo tenteremo di analizzare brevemente queste varie forme di guerra.

 

Il saccheggio

Il saccheggio fu la più comune forma di guerra lungo tutto il Medioevo, e l’epoca comunale non fa eccezione. Anche se l’oste, cioè l’esercito del comune, dava battaglia o assediava un luogo, in ogni caso la marcia di avvicinamento era caratterizzata dal saccheggio, e dalla sistematica distruzione dei campi, dei frutteti e delle macine. Tuttavia, queste pratiche non erano l’azione disordinata di predoni scatenati, bensì una precisa e circostanziata operazione militare condotta da truppe espressamente selezionate per lo scopo, i cosiddetti vastatores o guastatores. Questi appiccavano il fuoco ai campi e alle case e tagliavano meticolosamente tutti gli alberi da frutto che trovavano; inoltre, si preoccupavano di impedire la macinazione dei cereali spaccando le macine dei mulini.

Nei villaggi, i combattenti del comune avevano il diritto di prendere tutto ciò che volevano, in quanto bene dei nemici: qualsiasi furto era lecito, e inevitabilmente ne conseguivano violenze: queste violenze in teoria erano illecite, ma in pratica venivano tollerate dai comandanti dell’esercito invasore. Il saccheggio, o guasto, aveva diversi scopi: il principale era senza dubbio danneggiare il contado della città nemica, anche in modo pesante, distruggendo le messi e privando i contadini del loro sostentamento; si sperava così di infliggere un duro colpo all’economia del nemico. Inoltre, tutto questo si poteva ottenere con un dispendio minimo di energie, mobilitando un numero piccolo di uomini (in proporzione a quelli necessari per combattere una battaglia) e praticamente senza perdite: infatti, se e quando il nemico si avvicinava per soccorrere il proprio contado, i saccheggiatori solitamente fuggivano.

È da evidenziare un’altra implicazione del saccheggio nella prassi guerresca comunale: l’oltraggio e la sfida. A volte, i razziatori si recavano fin sotto le porte della città nemica, bruciavano uno o più villaggi vicini sicché i fummi delle case e dell’arsione si vedea dalla città[1], tagliando simbolicamente alberi solitari noti come punti di riferimento (l’olmo tagliato dai Fiorentini sotto le mura di Arezzo nel 1288[2], un altro olmo tagliato dagli Aretini per dispetto ai Fiorentini lo stesso anno, a S. Donato in Collina, sette miglia da Firenze[3]). Altri gesti di sfida che si ritrovano nelle fonti sono battere moneta sotto le mura della città nemica (i Lucchesi sotto Pisa nel 1269[4]), o addirittura far correre il palio (che allora si teneva in tutti i comuni) vicino o intorno alla città nemica (i Fiorentini sotto Arezzo nel 1288, nel 1289 e nel 1290, i Lucchesi sotto Pisa nel 1289[5]). Queste azioni avevano lo scopo di offendere i nemici e di umiliarli.

Si ritiene infine che il saccheggio avesse anche lo scopo di sostentare l’esercito in campagna: tuttavia questo non è del tutto vero, poiché questo era, a quanto sembra, il compito dei mercatores, cioè i mercanti al seguito dell'esercito. Insomma, ciò che noi (forse impropriamente, a questo punto dobbiamo dirlo) chiamiamo “saccheggio”, era una vera e propria azione militare pianificata, eseguita solo nei luoghi e nei tempi predisposti dai comandanti: a ulteriore prova di ciò nel Libro di Montaperti si può leggere che le “gualdanas”, cioè le incursioni, o se preferite i saccheggi, erano incluse fra i servizi obbligatori, al pari del servizio di guardia. Tutti i soldati, a turno, erano tenuti a svolgere questi servizi, secondo quanto ingiunto loro dai messi del comune, ed erano addirittura previste pene per chi si rifiutava di prendervi parte.

L’assedio

La fortificazione, anche se tatticamente ha uno scopo difensivo, a livello strategico ha un valore decisamente offensivo: costruire o occupare un castello significa infatti reclamare il proprio controllo su un’area o su una via di comunicazione.

Nelle guerre toscane del XIII secolo le città vengono raramente assediate, e resistono sempre: ciò avviene perché le cinte murarie cittadine sono troppo ampie per essere interamente circondate dagli assedianti; esse includono inoltre vaste porzioni di terreno coltivato, cosa che impedisce al nemico di prenderle per fame. Infine, in una città ci sono sempre, anche dopo una grave sconfitta militare, uomini sufficienti per difendere efficacemente le mura, e gli assedianti non possono rimanere coinvolti in un lungo assedio: sono civili chiamati alle armi, e non mercenari; hanno le loro attività, dalle quali non possono stare lontani a lungo.

D’altro canto, gli assedi ai luoghi fortificati, quali rocche, castelli e fortezze, non mancano nelle guerre della Toscana comunale; ma per lo stesso motivo che abbiamo appena evidenziato, sono quasi tutti di breve durata. Dal 1265 al 1300, il Villani riporta, nella sola Toscana, 26 assedi contro vari luoghi (eccetto le città), di cui 21 cadono. Di questi, solo 3 castelli sono presi per fame, e solo 2 assedi superano la durata di 1 mese. Le altre possibili conclusioni per un assedio sono la presa d’assalto (7 riuscite, 2 fallite), la caduta del luogo per tradimento (2 casi), la ritirata degli assedianti per uno stratagemma dei difensori (1 caso), o l’invio di una spedizione di soccorso da parte della città a cui appartiene il castello assediato (1 riuscita, 2 fallite). Ma la fine più comune per un assedio sembra essere il patteggiamento (8 casi) che consegna il luogo all’attaccante lasciando salva la vita agli assediati[6].

In più casi si parla di dificii e cave per ottenere la caduta della fortificazione. I primi sono chiaramente le macchine d’assedio, come torri o arieti, e le artiglierie a trazione (mangani o petriere) o a contrappeso (trabucchi o briccole); le seconde sono le mine, cioè quelle gallerie che si scavavano sotto le mura di una fortificazione: incendiandone i puntelli, si faceva crollare la galleria e la sezione di mura soprastante. Una spiegazione più esauriente delle tecniche di assedio e contrassedio non rientra nei nostri scopi, e non ci dilungheremo qui.

Anche negli assedi, come per i saccheggi, è frequente la componente offensiva e ingiuriosa: ne è un esempio l’assedio di Arezzo (peraltro fallito) condotto dai Fiorentini nel 1289: appena arrivati sotto la città ghibellina infatti, i Guelfi costruirono molte macchine d’assedio, “e manganarvisi asini colla mitra in capo, per dispetto e rimproccio del loro vescovo[7], ucciso in battaglia dai Fiorentini pochi giorni prima.

Rimane da dire che, nonostante numerosi luoghi siano presi d’assalto, non si può escludere che spesso questi assalti siano stati facilitati da un tradimento: visto che nel ‘200 la tecnica delle fortificazioni aveva raggiunto i suoi livelli più alti prima dell’arrivo della polvere da sparo, e che molti dei luoghi citati erano considerati imprendibili, è da considerare con molta attenzione la possibilità che uno o più assediati siano stati corrotti o fossero legati al nemico. E non è da escludere nemmeno che in certi casi gli assedianti abbiano “comprato” la resa dei castelli, non solo promettendo la vita salva ai difensori, ma con un lauto compenso: ne è un esempio la resa del castello di Laterino narrata nella Cronica del Villani: “(i Fiorentini) puosonsi ad oste al castello di Laterino, e stettonvi VIII dì, ed ebbollo a patti, che v’era dentro per capitano Lupo degli Uberti, veggendosi chiudere e steccare d’intorno; onde molto fu biasimato da’Ghibellini, però che si potea tenere, e era fornito per più di III mesi. Ma Lupo si scusava per motti, che nullo lupo nonn-era costumato di stare rinchiuso.[8] E voi, gli avreste creduto?

La battaglia

La battaglia, nelle guerre dei comuni, era un evento straordinario: il periodo da noi preso in esame, la seconda metà del XIII secolo, è per la Toscana un’era di lotte intestine devastanti, di guerra pressoché continua; tuttavia, in questi cinquant’anni avvengono non più di cinque o sei battaglie degne di questo nome, solo due delle quali, Montaperti e Campaldino, sono note ai più. Inoltre, per evitare le perdite nel proprio schieramento, si cerca di cogliere il nemico alla sprovvista, per mezzo di tradimenti (è il caso di Montaperti, 1260) o mentre è in marcia (Montaperti, Ponte a Valle, 1268, Colle Val d’Elsa, 1269, Pieve al Toppo, 1288).

La sola battaglia ordinata, preceduta addirittura da cerimonie cavalleresche come l’invio del guanto di sfida, è Campaldino, 11 giugno 1289. È l’unico caso che rende giustizia agli eserciti comunali. In tutte le altre battaglie, gli assaliti risultano incapaci di eseguire qualsiasi manovra: solo a livello individuale si manifesta un certo spirito d’iniziativa, finalizzato invariabilmente alla fuga e, naturalmente, la conclusione di queste battaglie è disastrosa per gli assaliti. Per questo motivo, adotteremo come “standard” delle tattiche degli eserciti comunali la battaglia di Campaldino, che trova riscontro in altre battaglie d’Italia e d’Europa del periodo, precedenti e successive, quanto a schieramento e andamento dello scontro. Ricordiamo però ancora una volta come questa fosse l’eccezione, piuttosto che la regola.

L’esercito si schierava per la battaglia in una formazione ad arco, con la concavità rivolta verso il nemico. La fanteria cittadina si disponeva al centro, a formare una solida massa. Le ali erano composte da arcieri e balestrieri; davanti a tutti si schierava una prima linea composta da pavesari, con il compito di proteggere dalle frecce nemiche e creare una sorta di “surrogato” delle mura cittadine dietro cui i fanti si sentivano più sicuri. La cavalleria si schierava a formare la corda dell’arco. Ma cosa accadeva poi ai fanti comunali, quando la battaglia si scatenava?

I fanti comunali non ricevevano addestramento, almeno non nel senso in cui siamo abituati a pensarlo noi. Tuttavia, questo non significa che fossero completamente ignari di come comportarsi: erano in grado di mantenersi saldamente uniti, con gli scudi a contatto e le lance protese in avanti. Possiamo affermarlo con sicurezza perché la tattica del “muro di scudi”, comune alle fanterie di buona parte d’Europa, era tipica sia dei Romani sia di tutti i popoli barbari che ne presero il posto, ed è raffigurata in tutta l’iconografia che mostra la fanteria comunale in combattimento; tra i comandanti delle fanterie, fra l’altro, alcuni ufficiali portavano i nomi didistringitores o costringitores, che derivavano chiaramente dal compito di tenere allineati i fanti, anche se all’epoca del Libro di Montaperti questi ufficiali ricoprivano ruoli più importanti nella scala gerarchica. A Campaldino, inoltre, è attestato dal Villani l’uso dei carri, allineati dietro alla fanteria, per impedire a questa di sbandarsi e fuggire[9].

Risulta dunque che ai pedites fosse affidato un ruolo essenzialmente statico: lo scopo di questo schieramento era formare un muro di scudi, una fortezza umana in grado (si sperava) di reggere a qualsiasi assalto. La battaglia iniziava infatti con la carica delle cavallerie l’una contro l’altra, e se la carica dei nemici scompaginava imilites, si sperava che la fanteria reggesse e tenesse la sua posizione, mentre dietro di essa la cavalleria si riorganizzava per tornare all’assalto.

In effetti sembra che, in un’Europa nella quale il nobile cavaliere raggiungeva l’apice della sua potenza, e la sua irresistibile carica schiacciava qualsiasi milizia di popolani, nell’Italia centrale invece le fanterie mantenessero un ruolo importante, se non predominante: la saldezza dello schieramento e la capacità di resistenza erano reputate, persino per i cavalieri, virtù più importanti del coraggio e dell’impeto dell’assalto. Ne sono un esempio le parole che il franco et esperto cavaliereBarone de’Mangiadori da San Miniato pronunciò nel consiglio di guerra dell’oste guelfa, la mattina di Campaldino: “Signori, le guerre di Toscana soleansi vincere per bene assalire; e non duravano, e pochi uomini vi moriano, che non era in uso l’ucciderli. Ma ora è mutato modo, e vinconsi per istare bene fermi. Il perché io vi consiglio, che voi stiate forti, e lasciateli assalire.[10]. Del resto, Campaldino avvenne nel 1289, e solo tredici anni la separano dalla fatidica giornata di Courtrai, dove le fanterie comunali fiamminghe piegarono la rinomata cavalleria feudale del re di Francia.

La fanteria poteva anche caricare a sostegno della cavalleria, per sfruttare il vantaggio ottenuto (per esempio, per inserirsi in una breccia nello schieramento nemico): così accadde a Campaldino, dove la fanteria aretina si lanciò in avanti, pur essendo in inferiorità numerica, avendo visto la cavalleria guelfa arretrare buon pezzo del campo[11] sotto l’assalto dei milites aretini. Non sappiamo se in questo caso i pedites, caricando, cercassero o no di mantenere allineamento e coesione: ciò è indubbiamente auspicabile, ma se da fermi è piuttosto semplice, nell’impeto di un attacco, senza passo di marcia e senza ordini precisi, è un’impresa ardua, soprattutto perché il singolo soldato tende a lanciarsi in avanti scompaginando la formazione. Per quanto attiene a Campaldino, sappiamo che gli Aretini non tentarono, o non riuscirono, a mantenersi coesi e l’assalto si risolse in una carica disordinata. Ma la fanteria fiorentina tenne e gli Aretini si ritrovarono accerchiati dalla schiera guelfa, in aiuto della quale era intervenuta la riserva di cavalleria pistoiese e lucchese comandata da Corso Donati, che colse i Ghibellini sul fianco.

A questo punto si accese una furiosa mischia; questa era la conclusione della maggior parte delle battaglie medievali. I pedites lasciavano la lancia, che era solo d’ingombro, poiché la distanza tra i combattenti si riduceva sotto il metro; conservavano però lo scudo e combattevano con un’arma corta come spada, mazza, coltello o falcione.

Le mischie di fanteria erano spaventose: ogni uomo cercava di sopravvivere, infiammato dall’adrenalina, colpendo tutto ciò che gli si parava davanti. I fanti si stringevano alle loro insegne, per non perdere un punto di riferimento e per mostrare a che schieramento appartenevano; ciononostante, è certo che nella confusione e nella polvere alzata da una tale massa di uomini, qualcuno cadesse colpito dai propri compagni. Di solito, la vittoria andava ai più numerosi o ai più freschi. A Campaldino, per esempio, i Fiorentini erano sia più numerosi, sia più freschi degli Aretini, che avevano corso tutto il campo di battaglia per aiutare la propria cavalleria. I pedites aretini combatterono disperatamente: I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri de’cavalli con le coltella in mano, e sbudellavalli[12]. Questo dimostra che in alcuni casi i fanti potevano compiere anche insospettate azioni eroiche, e che la fanteria comunale non era quel gregge di pecore codarde che troppo a lungo è stata ritenuta. Ma fu inutile, i Fiorentini erano troppo numerosi e saldi: per gli Aretini fu un massacro.

La battaglia aveva termine quando uno dei due schieramenti raggiungeva il limite e le truppe, stanche, scosse e impaurite, si davano alla fuga. Le perdite di una battaglia erano pesantissime e, come in ogni guerra, avvenivano principalmente in questa fase: solitamente coloro che fuggivano venivano in gran parte inseguiti e uccisi, o presi prigionieri; in quest’ultimo caso, era difficile che ci fosse qualcuno disposto a pagare per il loro riscatto, a differenza dei nobili cavalieri, e finché la guerra non finiva i prigionieri popolani sarebbero rimasti nelle prigioni del vincitore, a morire di fame e malattie. È inoltre da ricordare che dopo la battaglia aveva luogo un sistematico spoglio dei morti per depredarli di ogni oggetto che valesse la pena raccogliere, a cominciare dalle armi e dalle armature.

 


[1] G. Villani, “Nuova Cronica”, a cura di G. Porta, Fondazione Pietro Bembo/Guanda, Parma 1991, Tomo Primo, Libro VIII, cap. CXXVII.

[2] Villani, op. cit., Tomo Primo, Libro VIII, cap. CXX.

[3] Villani, op. cit., Tomo Primo, Libro VIII, cap. CXXVII.

[4] Villani, op. cit., Tomo Primo, Libro VIII, cap. XXXIII

[5] Villani, op. cit., Tomo Primo, Libro VIII, cap. CXX, CXXXII, CXL, CXXXVII.

[6] Villani, op. cit., Tomo Primo, Libro VIII, cap. XII, XV, XIX, XXI, XXII, XXXI – XXXIII, XXXVI, XLV, CX, CXV, CXX, CXXII, CXXVII, CXLVIII, CL.

[7] Villani, op. cit., Tomo Primo, Libro VIII, cap. CXXXII.

[8] Villani, op. cit., Tomo Primo, Libro VIII, cap. CXX.

[9] Villani, op. cit., Tomo Primo, Libro VIII, cap. CXXXI: “… e dietro tutta la salmeria raunata per ritenere la schiera grossa…”.

[10] Dino Compagni, “Cronica delle cose occorrenti ne’tempi suoi” a cura di G. Luzzatto, Einaudi, Torino 1968: Libro Primo, cap.10.

[11] Villani, op. cit., Tomo Primo, Libro VIII, cap. CXXXI.

[12] Dino Compagni, “Cronica delle cose occorrenti ne’tempi suoi” a cura di G. Luzzatto, Einaudi, Torino 1968: Libro Primo, cap.10

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francescodileone@virgilio.it (Francesco Di Leone) Gonfalone del Bufalo Wed, 21 Mar 2012 19:35:28 +0100
L’equipaggiamento della fanteria comunale fiorentina dal 1250 al 1300 http://www.aresitaly.com/articoli/item/57-l’equipaggiamento-della-fanteria-comunale-fiorentina-dal-1250-al-1300.html http://www.aresitaly.com/articoli/item/57-l’equipaggiamento-della-fanteria-comunale-fiorentina-dal-1250-al-1300.html

In questa sede analizzeremo la questione da tre punti di vista: inizieremo partendo dalla descrizione “scolastica” dell’equipaggiamento di un fante comunale del XIII secolo, che ci servirà anche per spiegare i vari tipi di armi e protezioni; proseguiremo poi confrontando questa descrizione con gli equipaggiamenti previsti per ipedites nel Libro di Montaperti[1] e con le fonti iconografiche del periodo.

 

Il fante comunale – stereotipi e realtà

La fanteria comunale di tutta Italia, e più ci si sposta verso Sud, più questo discorso è vero, discendeva direttamente dalle milizie cittadine create intorno al VI secolo dai Bizantini per difendere le città dalle scorrerie, prima dei Goti, poi dei Longobardi; se da una parte il cavaliere comunale discende dai cavalieri franchi e normanni, e a questi assomiglia, dall’altra il pedes cittadino ha molto di più a che spartire con il fante bizantino o tardo romano.

Concordemente con la preponderanza delle armi da botta sui campi di battaglia medievali, e con la (supposta) povertà dei popolani, l’armatura associata ai fanti comunali è principalmente la protezione imbottita: una lunga tunica riempita di cotone o stracci e trapuntata, che poteva includere maniche lunghe o corte, cuffia e cosciali imbottiti lunghi fino a mezza gamba. Questa è la protezione normalmente indossata dai fanti nelle fonti iconografiche (su tutte la Bibbia di Maciejowski[2]) ed indubbiamente non è altro che il bàmbakion (leggi: bàmbakion, in italiano medievale bambagione) di bizantina memoria.

Sopra questa “protezione base”, comune alla gran parte delle fanterie, si indossavano una gran messe di corpetti di vario genere, identificati nelle fonti con decine di nomi diversi; i più frequenti in area tosco-umbra sono corictum, lameria e coracza (o coraczina). Lameria e corazza sono semplici corpetti, la corazza di cuoio (anche bollito), la lameria di pelle ricoperta di scaglie o lamelle di ferro. Il corictum è un altro tipo di queste protezioni, forse imbottito. Sulla testa del fante, l’immagine tradizionale dipinge una cervelliera (un piccolo elmo che copre solo la parte superiore del cranio) o un cappello di ferro a tesa larga.

L’errata concezione dei popolani come dei poveracci, e degli eserciti comunali come una banda di disperati, significa che tradizionalmente dall’immagine del fante medievale è bandita la maglia di ferro: niente di più sbagliato! In realtà, anche se un usbergo completo poteva costare quanto un anno di salario di un manovale, pezzi più piccoli di armatura ad anelli erano abbastanza diffusi tra le fanterie comunali, anzi: come vedremo presto, erano addirittura obbligatori. Il pezzo di armatura di maglia più diffuso era il collare, una semplice striscia di maglia su un supporto di cuoio che veniva stretta intorno al collo per proteggere la gola da tagli e frecce; la gorgiera invece comprendeva anche una corta mantellina che copriva la parte superiore delle spalle, mentre il camaglio vero e proprio (ancora poco diffuso fino alla fine del XIII secolo) comprendeva anche la cuffia di maglia. Un’altra protezione di anelli di ferro sono le manice,o maniche. Si trattava di una coppia di maniche di maglia, che potevano comprendere i guanti, e che venivano agganciate all’armatura di cuoio o al bambagione sottostante, per offrire protezione agli arti superiori, particolarmente vulnerabili nelle mischie di fanteria (soprattutto il braccio destro, che reggeva l’arma).

L’armamento fondamentale della fanteria comunale, come di tutte le fanterie europee del medioevo, era composto da lancia e scudo. Quest’ultimo era di solito un tavolaccio, uno scudo piatto o leggermente curvo e molto largo (tabolaccium magnum). Era comunque usato anche lo scutum, analogo a quello dei cavalieri, anche se solitamente i fanti comunali combattevano con scudi di modello antiquato (nel nostro periodo, erano ancora diffusi gli scudi a mandorla, di origine normanna o bizantina). Il compito fondamentale della fanteria era creare un “muro di scudi” impenetrabile ai dardi e agli assalti nemici, quindi in genere si preferivano scudi ampi, che offrissero protezione all’area più vasta possibile.

La lancia aveva solitamente una punta a foglia, larga e pesante, e poteva essere dotata di arresti (piccole protuberanze per fermare i colpi avversari). Per quanto riguarda la sua lunghezza, è opportuno svolgere qui alcune considerazioni. Sappiamo che era obbligatorio (come vedremo presto) portare sia la lancia che lo scudo: quindi, evidentemente, la lancia andava brandeggiata con una sola mano. Ne consegue che sarà stata necessariamente molto corta, sui due metri e mezzo al massimo (tenete conto che all’epoca l’altezza media era sul metro e sessanta). Non possiamo escludere che esistessero scudi che permettevano di lasciar libera la mano sinistra per brandeggiare la lancia, ma si tratta certamente di eccezioni, a maggior ragione se consideriamo, come si è detto, che gli scudi erano piuttosto grandi.

L’iconografia “classica” ci mostra il fante comunale armato, oltre che della lancia, di una varietà impressionante di altre armi, la maggior parte derivata da attrezzi agricoli: ronche, ronconi, forche, falci e scuri in asta; in realtà, come vedremo presto, sembra che queste armi non fossero utilizzate, almeno dai fanti cittadini.

Dobbiamo spendere due parole per le armi corte, soprattutto per sfatare un mito: non è vero che i fanti comunali non usavano le spade. In realtà esistevano spade per tutte le tasche, e i cittadini delle città comunali non erano certo poverissimi. Le spade certo non saranno state particolarmente frequenti, ma di sicuro non mancavano. Altre tipiche armi corte erano i falcioni, spade dritte a un solo filo, sostanzialmente simili ai machete moderni, e tutta una serie di daghe e coltellacci, di tutte le possibili forme e dimensioni.

Equipaggiamenti prescritti nel Libro di Montaperti

L’equipaggiamento prescritto per i fanti nel Libro di Montaperti è il seguente: a protezione del torso e delle braccia, panceriam sive corictum cum manicis ferreis aut manicas ferreas cum coraczinis, vale a dire panziera di maglia di ferro (corpetto di maglia lungo fino alla vita o alla coscia, senza maniche o a mezze maniche) o corpetto di cuoio con maniche di maglia di ferro, oppure corazza (si presume in cuoio) con maniche di ferro; non siamo certi se per manice qui si intendano le maniche vere e proprie o i guanti (che comunque, lo ricordiamo, coprono anche l’avambraccio), ma è comunque interessante l’importanza data alla protezione per gli le braccia, che devono in ogni caso essere “ferrate”. Sembra che il comune fosse particolarmente preoccupato per gli arti superiori dei suoi combattenti; del resto, le braccia e le mani erano le più esposte nei combattimenti, soprattutto la destra, poiché il corpo era protetto dallo scudo: perdere un braccio o una mano, inoltre, significava non poter più lavorare, essere un peso per la società. Peggio che perdere una gamba, o un occhio: possiamo quindi supporre che questo obbligo sia apparso sensato ai fanti del Duecento.

Per la testa, il Libro prescrive cappellum de acciario vel cervellieram, cioè cappello di ferro o cervelliera. Infine, a protezione del collo era obbligatoriagorgieriam sive collare de ferro: gorgiera o collare di ferro. Le armi prescritte sono lanceam, scutum sive tabolaccium magnum[3], cioè lancia, scudo o tavolaccio grande.

L’equipaggiamento descritto nel Libro di Montaperti si ritrova, quasi con le stesse parole, nei Consigli del Comune di Prato, sedici anni dopo: “…fuit ordinatum et stabilitum quod quilibet pedes et balistarius, qui ibit in dictum exercitum, debeat et teneatur ire et stare armatus de panzeria et gorgerina vel de corecto et manicis et gorgerina vel de lameriis sive choraczis et manicis et gorgerina et lanceis vel speudis, si est pedes, ad penam ad potestatis arbitrium auferendam.[4] Anche qui troviamo la consueta enfasi sulle manice, sebbene non venga espressamente specificato che devono essere ferreis; è compresa tra le protezioni in cuoio anche la lameris a scaglie o lamelle, e tra le armi troviamo anche lo spiedo (speudis), in tutto e per tutto simile alla lancia di cui sopra. In compenso, non troviamo nessun tipo di protezione per il capo, né è menzionato uno scudo: non possiamo sapere se si tratta di un’omissione o se questi elementi sono stati esclusi volontariamente, anche se una possibile spiegazione sta nel fatto che forse non si tratta di fanti cittadini, ma di vastatores provenienti dal contado.

Equipaggiamenti raffigurati nelle fonti iconografiche

Il confronto con le fonti iconografiche è spiazzante. Nelle fonti iconografiche toscane[5] che mostrano combattenti a piedi (la nostra fonte principale è l’altare scolpito da Jacopo d’Ognibene nella Cattedrale di Pistoia, della fine del 1200), si trovano solo due tipi di combattenti: cavalieri appiedati, armati e protetti comemilites, e quelli che sembrano fanti, protetti da elmi e gorgiere, ma (almeno apparentemente) senza armatura ulteriore, e armati di piccoli scudi tondi o a mandorla e di lance. Lo stesso accade, ad esempio, negli affreschi della cripta del Duomo di Anagni (prima metà del XIII secolo) dove i combattenti sono tutti pesantemente armati con usbergo e corictum. Altre figure, non solo a Pistoia, sono caratteristici esempi della “maniera greca” predominante nella nostra regione prima della “rivoluzione” di Duccio, Cimabue e Giotto: queste figure sono assai più rappresentative dell’equipaggiamento bizantino del IX – X secolo che di quello italiano del XIII. In generale si vede abbastanza maglia di ferro, mentre non appare mai la protezione imbottita per il corpo; sono invece evidenti gorgiere, cervelliere e cappelli di ferro; la grande maggioranza dei fanti, inoltre, è armata di spade. Chi sono dunque questi fanti?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo considerare qual era la principale forma di guerra che questi uomini praticavano, e più che altro i casi nei quali gli artisti li osservavano: si tratta dei combattimenti cittadini, che erano i più diffusi nel XIII secolo. Infatti, questi fanti di solito sono vestiti con abiti civili, gonnelle e guarnacche. Probabilmente era questa la normale apparenza del fante in casi di emergenza, come potevano essere scontri improvvisi tra fazioni all’interno della stessa città. Così dovevano apparire, ad esempio, i fanti popolani fiorentini quando, più per paura che per offendere, sotto il comando di Gianni de’Soldanieriincontanente si levò la terra a romore, e serrarsi le botteghe, e ogni uomo fu a l’arme[6] per opporsi al conte Guido Novello entrato nella città con millecinquecento cavalieri.

Immaginiamo che i fanti fiorentini non abbiano perso tempo a indossare la pesante imbottita o le maniche di ferro richieste dal regolamento, ma abbiano semplicemente calzato la cuffia imbottita e l’elmo, e allacciato il collare. Del resto, chi non penserebbe prima di tutto a proteggere testa e collo? Fatto ciò, agguantavano lancia e scudo e via in strada, a difendere la libertà del popolo... Ma non è tutto. Se guardiamo con attenzione, notiamo che qualcuno dei fanti di Jacopo d’Ognibene, sotto la guarnacca, sembra piuttosto rotondo. Si mangiava così tanto nelle città medievali, o forse sotto a quelle guarnacche c’è davvero un bambagione o un coretto? In effetti, nel Vicino e nel Medio Oriente era d’uso indossare abbigliamento civile sopra all’armatura, e l’iconografia trecentesca illustra quest’uso anche in Italia. Probabilmente ciò accadeva già alla fine del XIII secolo.

Un altro contrasto lampante fra ordinamenti e iconografia è la totale assenza di armi corte negli equipaggiamenti obbligatori. Sembra strano che i capitani dell’esercito, responsabili della compilazione di tali ordinamenti, non considerassero che in mischia la lancia fosse solo un intoppo, e pertanto doveva essere abbandonata. Quel che è certo è che i fanti lo sapevano e ne tenevano conto, come risulta proprio dall’iconografia. Del resto, il fatto che il comune non le prescriva può significare questo: posto che l’arma corta era necessaria, e i fanti lo sapevano, questi godevano tuttavia della massima libertà (per una volta!), e potevano portare con sé ciò che preferivano o ciò che avevano a disposizione. Elencare tutte le possibili armi, e tutti i possibili attrezzi che avrebbero potuto esercitare tale funzione, sarebbe stato un inutile spreco di tempo e inchiostro.

Sempre sul piano delle armi spicca nei documenti scritti la mancanza di tutte quelle armi lunghe, più o meno strane (berdiche, scuri in asta, coltelli da breccia, forche, quadrelloni, ronche e ronconi) che sono spesso considerate come l’armamento tipico delle fanterie comunali, e che vediamo raffigurate nell’iconografia. Simili armi compaiono solo dopo il 1300 negli ordinamenti delle città toscane, ma come armi proibite, che non è permesso introdurre nella città.

In effetti, l’equipaggiamento descritto dal Libro di Montaperti è previsto per i fanti della sola città di Firenze. Si tratta quindi di popolani cittadini, ragionevolmente più ricchi degli abitanti del contado, e privi di attrezzi agricoli “da modificare”. Se si dovevano comprare un ferro appuntito da portare in cima a un’asta, conveniva loro acquistare una lancia, piuttosto che una roncola. Da qui probabilmente deriva l’esclusività delle lance nell’equipaggiamento prescritto. E il comune richiede una lancia, perché il ruolo tattico della fanteria era proprio creare un muro di scudi (e di lance), in modo non dissimile dagli opliti greci. Ovviamente, un muro di roncole senza punta non avrebbe avuto la stessa efficacia. È ragionevole supporre, tuttavia, che attrezzi agricoli modificati per servire da armi in asta fossero comunque presenti tra quei fanti che provenivano dal contado, i quali saranno stati in generale equipaggiati più poveramente dei cittadini. Simili attrezzi agricoli, poi, trovavano sicuramente impiego nelle unità del “genio”, come palaioli, marraioli ecc..

 


[1] C. Paoli, “Il Libro di Montaperti (a. MCCLX)”, Firenze 1889, ristampa anastatica a cura di C. Fabbri nella collana “Memorie italiane studi e testi”, Firenzelibri, Firenze 2004.

[2] Sul sito http://www.medievaltymes.com/courtyard/maciejowski_bible.htm sono visibili tutte le illustrazioni della Bibbia di Maciejowski. L’originale si trova alla Morgan Library & Museum, New York.

[3] Tutti questi equipaggiamenti sono tratti dal Libro di Montaperti.

[4] R. Piattoli, “Consigli del Comune di Prato, 15 ottobre 1252 – 24 febbraio 1285” in “Atti delle Assemblee Costituzionali Italiane dal Medio Evo al 1831”, Forni Editore, Bologna 1971 (ristampa anastatica), consiglio n. 100, Cons. Speciale del 19 Maggio 1276: “…è stato ordinato e stabilito che ogni fante e balestriere, che andrà nel suddetto esercito, debba e sia tenuto ad andare e essere armato di panzeria e gorgerina o di corecto e manicis e gorgerina o di lameriis o choraczis emanicis e gorgerina e lanceis o speudis, se fante, sotto ammenda da pagare all’arbitrio del podestà.”.

[5] Non possiamo prendere a modello dell’immagine dei fanti toscani del XIII secolo le altre fonti europee, perché le specificità locali si traducevano in una differenza tra le diverse realtà.

[6] G. Villani, “Nuova Cronica”, a cura di G. Porta, Fondazione Pietro Bembo/Guanda, Parma 1991, Tomo Primo, Libro VIII, cap. XIV.

 

L’equipaggiamento della fanteria comunale fiorentina dal 1250 al 1300

In questa sede analizzeremo la questione da tre punti di vista: inizieremo partendo dalla descrizione “scolastica” dell’equipaggiamento di un fante comunale del XIII secolo, che ci servirà anche per spiegare i vari tipi di armi e protezioni; proseguiremo poi confrontando questa descrizione con gli equipaggiamenti previsti per ipeditesnel Libro di Montapertie con le fonti iconografiche del periodo.

Il fante comunale – stereotipi e realtà

La fanteria comunale di tutta Italia, e più ci si sposta verso Sud, più questo discorso è vero, discendeva direttamente dalle milizie cittadine create intorno al VI secolo dai Bizantini per difendere le città dalle scorrerie, prima dei Goti, poi dei Longobardi; se da una parte il cavaliere comunale discende dai cavalieri franchi e normanni, e a questi assomiglia, dall’altra ilpedescittadino ha molto di più a che spartire con il fante bizantino o tardo romano.

Concordemente con la preponderanza delle armi da botta sui campi di battaglia medievali, e con la (supposta) povertà dei popolani, l’armatura associata ai fanti comunali è principalmente la protezione imbottita: una lunga tunica riempita di cotone o stracci e trapuntata, che poteva includere maniche lunghe o corte, cuffia e cosciali imbottiti lunghi fino a mezza gamba. Questa è la protezione normalmente indossata dai fanti nelle fonti iconografiche (su tutte la Bibbia di Maciejowski) ed indubbiamente non è altro che ilbàmbakion(leggi:bàmbakion,in italiano medievalebambagione) di bizantina memoria.

Sopra questa “protezione base”, comune alla gran parte delle fanterie, si indossavano una gran messe di corpetti di vario genere, identificati nelle fonti con decine di nomi diversi; i più frequenti in area tosco-umbra sonocorictum,lameriaecoracza(ocoraczina).Lameriae corazza sono semplici corpetti, la corazza di cuoio (anche bollito), lalameriadi pelle ricoperta di scaglie o lamelle di ferro. Ilcorictumè un altro tipo di queste protezioni, forse imbottito. Sulla testa del fante, l’immagine tradizionale dipinge una cervelliera (un piccolo elmo che copre solo la parte superiore del cranio) o un cappello di ferro a tesa larga.

L’errata concezione dei popolani come dei poveracci, e degli eserciti comunali come una banda di disperati, significa che tradizionalmente dall’immagine del fante medievale è bandita la maglia di ferro: niente di più sbagliato! In realtà, anche se un usbergo completo poteva costare quanto un anno di salario di un manovale, pezzi più piccoli di armatura ad anelli erano abbastanza diffusi tra le fanterie comunali, anzi: come vedremo presto, erano addirittura obbligatori. Il pezzo di armatura di maglia più diffuso era il collare, una semplice striscia di maglia su un supporto di cuoio che veniva stretta intorno al collo per proteggere la gola da tagli e frecce; la gorgiera invece comprendeva anche una corta mantellina che copriva la parte superiore delle spalle, mentre il camaglio vero e proprio (ancora poco diffuso fino alla fine del XIII secolo) comprendeva anche la cuffia di maglia. Un’altra protezione di anelli di ferro sono lemanice,o maniche. Si trattava di una coppia di maniche di maglia, che potevano comprendere i guanti, e che venivano agganciate all’armatura di cuoio o albambagionesottostante, per offrire protezione agli arti superiori, particolarmente vulnerabili nelle mischie di fanteria (soprattutto il braccio destro, che reggeva l’arma).

L’armamento fondamentale della fanteria comunale, come di tutte le fanterie europee del medioevo, era composto da lancia e scudo. Quest’ultimo era di solito un tavolaccio, uno scudo piatto o leggermente curvo e molto largo (tabolaccium magnum). Era comunque usato anche loscutum, analogo a quello dei cavalieri, anche se solitamente i fanti comunali combattevano con scudi di modello antiquato (nel nostro periodo, erano ancora diffusi gli scudi a mandorla, di origine normanna o bizantina). Il compito fondamentale della fanteria era creare un “muro di scudi” impenetrabile ai dardi e agli assalti nemici, quindi in genere si preferivano scudi ampi, che offrissero protezione all’area più vasta possibile.

La lancia aveva solitamente una punta a foglia, larga e pesante, e poteva essere dotata di arresti (piccole protuberanze per fermare i colpi avversari). Per quanto riguarda la sua lunghezza, è opportuno svolgere qui alcune considerazioni. Sappiamo che era obbligatorio (come vedremo presto) portare sia la lancia che lo scudo: quindi, evidentemente, la lancia andava brandeggiata con una sola mano. Ne consegue che sarà stata necessariamente molto corta, sui due metri e mezzo al massimo (tenete conto che all’epoca l’altezza media era sul metro e sessanta). Non possiamo escludere che esistessero scudi che permettevano di lasciar libera la mano sinistra per brandeggiare la lancia, ma si tratta certamente di eccezioni, a maggior ragione se consideriamo, come si è detto, che gli scudi erano piuttosto grandi.

L’iconografia “classica” ci mostra il fante comunale armato, oltre che della lancia, di una varietà impressionante di altre armi, la maggior parte derivata da attrezzi agricoli: ronche, ronconi, forche, falci e scuri in asta; in realtà, come vedremo presto, sembra che queste armi non fossero utilizzate, almeno dai fanti cittadini.

Dobbiamo spendere due parole per le armi corte, soprattutto per sfatare un mito: non è vero che i fanti comunali non usavano le spade. In realtà esistevano spade per tutte le tasche, e i cittadini delle città comunali non erano certo poverissimi. Le spade certo non saranno state particolarmente frequenti, ma di sicuro non mancavano. Altre tipiche armi corte erano i falcioni, spade dritte a un solo filo, sostanzialmente simili aimachetemoderni, e tutta una serie di daghe e coltellacci, di tutte le possibili forme e dimensioni.

Equipaggiamenti prescritti nel Libro di Montaperti

L’equipaggiamento prescritto per i fanti nel Libro di Montaperti è il seguente: a protezione del torso e delle braccia,panceriam sive corictum cum manicis ferreis aut manicas ferreas cum coraczinis, vale a dire panziera di maglia di ferro (corpetto di maglia lungo fino alla vita o alla coscia, senza maniche o a mezze maniche) o corpetto di cuoio con maniche di maglia di ferro, oppure corazza (si presume in cuoio) con maniche di ferro; non siamo certi se permanicequi si intendano le maniche vere e proprie o i guanti (che comunque, lo ricordiamo, coprono anche l’avambraccio), ma è comunque interessante l’importanza data alla protezione per gli le braccia, che devono in ogni caso essere “ferrate”. Sembra che il comune fosse particolarmente preoccupato per gli arti superiori dei suoi combattenti; del resto, le braccia e le mani erano le più esposte nei combattimenti, soprattutto la destra, poiché il corpo era protetto dallo scudo: perdere un braccio o una mano, inoltre, significava non poter più lavorare, essere un peso per la società. Peggio che perdere una gamba, o un occhio: possiamo quindi supporre che questo obbligo sia apparso sensato ai fanti del Duecento.

Per la testa, il Libro prescrivecappellum de acciario vel cervellieram, cioè cappello di ferro o cervelliera. Infine, a protezione del collo era obbligatoriagorgieriam sive collare de ferro: gorgiera o collare di ferro. Le armi prescritte sonolanceam, scutum sive tabolaccium magnum, cioè lancia, scudo o tavolaccio grande.

L’equipaggiamento descritto nel Libro di Montaperti si ritrova, quasi con le stesse parole, nei Consigli del Comune di Prato, sedici anni dopo:“…fuit ordinatum et stabilitum quod quilibet pedes et balistarius, qui ibit in dictum exercitum, debeat et teneatur ire et stare armatus de panzeria et gorgerina vel de corecto et manicis et gorgerina vel de lameriis sive choraczis et manicis et gorgerina et lanceis vel speudis, si est pedes, ad penam ad potestatis arbitrium auferendam.Anche qui troviamo la consueta enfasi sullemanice, sebbene non venga espressamente specificato che devono essereferreis; è compresa tra le protezioni in cuoio anche lalamerisa scaglie o lamelle, e tra le armi troviamo anche lo spiedo (speudis), in tutto e per tutto simile alla lancia di cui sopra. In compenso, non troviamo nessun tipo di protezione per il capo, né è menzionato uno scudo: non possiamo sapere se si tratta di un’omissione o se questi elementi sono stati esclusi volontariamente, anche se una possibile spiegazione sta nel fatto che forse non si tratta di fanti cittadini, ma divastatoresprovenienti dal contado.

Equipaggiamenti raffigurati nelle fonti iconografiche

Il confronto con le fonti iconografiche è spiazzante. Nelle fonti iconografiche toscaneche mostrano combattenti a piedi (la nostra fonte principale è l’altare scolpito da Jacopo d’Ognibene nella Cattedrale di Pistoia, della fine del 1200), si trovano solo due tipi di combattenti: cavalieri appiedati, armati e protetti comemilites, e quelli che sembrano fanti, protetti da elmi e gorgiere, ma (almeno apparentemente) senza armatura ulteriore, e armati di piccoli scudi tondi o a mandorla e di lance. Lo stesso accade, ad esempio, negli affreschi della cripta del Duomo di Anagni (prima metà del XIII secolo) dove i combattenti sono tutti pesantemente armati con usbergo ecorictum. Altre figure, non solo a Pistoia, sono caratteristici esempi della “maniera greca” predominante nella nostra regione prima della “rivoluzione” di Duccio, Cimabue e Giotto: queste figure sono assai più rappresentative dell’equipaggiamento bizantino del IX – X secolo che di quello italiano del XIII. In generale si vede abbastanza maglia di ferro, mentre non appare mai la protezione imbottita per il corpo; sono invece evidenti gorgiere, cervelliere e cappelli di ferro; la grande maggioranza dei fanti, inoltre, è armata di spade. Chi sono dunque questi fanti?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo considerare qual era la principale forma di guerra che questi uomini praticavano, e più che altro i casi nei quali gli artisti li osservavano: si tratta dei combattimenti cittadini, che erano i più diffusi nel XIII secolo. Infatti, questi fanti di solito sono vestiti con abiti civili, gonnelle e guarnacche. Probabilmente era questa la normale apparenza del fante in casi di emergenza, come potevano essere scontri improvvisi tra fazioni all’interno della stessa città. Così dovevano apparire, ad esempio, i fanti popolani fiorentini quando, più per paura che per offendere, sotto il comando di Gianni de’Soldanieriincontanente si levò la terra a romore, e serrarsi le botteghe, e ogni uomo fu a l’armeper opporsi al conte Guido Novello entrato nella città con millecinquecento cavalieri.

Immaginiamo che i fanti fiorentini non abbiano perso tempo a indossare la pesante imbottita o le maniche di ferro richieste dal regolamento, ma abbiano semplicemente calzato la cuffia imbottita e l’elmo, e allacciato il collare. Del resto, chi non penserebbe prima di tutto a proteggere testa e collo? Fatto ciò, agguantavano lancia e scudo e via in strada, a difendere la libertà del popolo... Ma non è tutto. Se guardiamo con attenzione, notiamo che qualcuno dei fanti di Jacopo d’Ognibene, sotto la guarnacca, sembra piuttosto rotondo. Si mangiava così tanto nelle città medievali, o forse sotto a quelle guarnacche c’è davvero un bambagione o un coretto? In effetti, nel Vicino e nel Medio Oriente era d’uso indossare abbigliamento civile sopra all’armatura, e l’iconografia trecentesca illustra quest’uso anche in Italia. Probabilmente ciò accadeva già alla fine del XIII secolo.

Un altro contrasto lampante fra ordinamenti e iconografia è la totale assenza di armi corte negli equipaggiamenti obbligatori. Sembra strano che i capitani dell’esercito, responsabili della compilazione di tali ordinamenti, non considerassero che in mischia la lancia fosse solo un intoppo, e pertanto doveva essere abbandonata. Quel che è certo è che i fanti lo sapevano e ne tenevano conto, come risulta proprio dall’iconografia. Del resto, il fatto che il comune non le prescriva può significare questo: posto che l’arma corta era necessaria, e i fanti lo sapevano, questi godevano tuttavia della massima libertà (per una volta!), e potevano portare con sé ciò che preferivano o ciò che avevano a disposizione. Elencare tutte le possibili armi, e tutti i possibili attrezzi che avrebbero potuto esercitare tale funzione, sarebbe stato un inutile spreco di tempo e inchiostro.

Sempre sul piano delle armi spicca nei documenti scritti la mancanza di tutte quelle armi lunghe, più o meno strane (berdiche, scuri in asta, coltelli da breccia, forche, quadrelloni, ronche e ronconi) che sono spesso considerate come l’armamento tipico delle fanterie comunali, e che vediamo raffigurate nell’iconografia. Simili armi compaiono solo dopo il 1300 negli ordinamenti delle città toscane, ma come armi proibite, che non è permesso introdurre nella città.

In effetti, l’equipaggiamento descritto dal Libro di Montaperti è previsto per i fanti della sola città di Firenze. Si tratta quindi di popolani cittadini, ragionevolmente più ricchi degli abitanti del contado, e privi di attrezzi agricoli “da modificare”. Se si dovevano comprare un ferro appuntito da portare in cima a un’asta, conveniva loro acquistare una lancia, piuttosto che una roncola. Da qui probabilmente deriva l’esclusività delle lance nell’equipaggiamento prescritto. E il comune richiede una lancia, perché il ruolo tattico della fanteria era proprio creare un muro di scudi (e di lance), in modo non dissimile dagli opliti greci. Ovviamente, un muro di roncole senza punta non avrebbe avuto la stessa efficacia. È ragionevole supporre, tuttavia, che attrezzi agricoli modificati per servire da armi in asta fossero comunque presenti tra quei fanti che provenivano dal contado, i quali saranno stati in generale equipaggiati più poveramente dei cittadini. Simili attrezzi agricoli, poi, trovavano sicuramente impiego nelle unità del “genio”, come palaioli, marraioli ecc..



C. Paoli, “Il Libro di Montaperti (a. MCCLX)”, Firenze 1889, ristampa anastatica a cura di C. Fabbri nella collana “Memorie italiane studi e testi”, Firenzelibri, Firenze 2004.

Sul sito http://www.medievaltymes.com/courtyard/maciejowski_bible.htm sono visibili tutte le illustrazioni della Bibbia di Maciejowski. L’originale si trova alla Morgan Library & Museum, New York.

Tutti questi equipaggiamenti sono tratti dal Libro di Montaperti.

R. Piattoli, “Consigli del Comune di Prato, 15 ottobre 1252 – 24 febbraio 1285” in “Atti delle Assemblee Costituzionali Italiane dal Medio Evo al 1831”, Forni Editore, Bologna 1971 (ristampa anastatica), consiglio n. 100, Cons. Speciale del 19 Maggio 1276: “…è stato ordinato e stabilito che ogni fante e balestriere, che andrà nel suddetto esercito, debba e sia tenuto ad andare e essere armato dipanzeriaegorgerinao dicorectoemanicisegorgerinao dilameriisochoraczisemanicisegorgerinaelanceisospeudis,se fante, sotto ammenda da pagare all’arbitrio del podestà.”.

Non possiamo prendere a modello dell’immagine dei fanti toscani del XIII secolo le altre fonti europee, perché le specificità locali si traducevano in una differenza tra le diverse realtà.

G. Villani, “Nuova Cronica”, a cura di G. Porta, Fondazione Pietro Bembo/Guanda, Parma 1991, Tomo Primo, Libro VIII, cap. XIV.

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francescodileone@virgilio.it (Francesco Di Leone) Gonfalone del Bufalo Wed, 21 Mar 2012 19:34:41 +0100
Obblighi di servizio e spedizioni militari nell’Italia comunale http://www.aresitaly.com/articoli/item/56-obblighi-di-servizio-e-spedizioni-militari-nell’italia-comunale.html http://www.aresitaly.com/articoli/item/56-obblighi-di-servizio-e-spedizioni-militari-nell’italia-comunale.html

Tratteremo qui l’approccio dei comuni italiani alla guerra: in base a quali principi giuridici i cittadini erano tenuti a servire nell’esercito comunale, e come erano organizzate le spedizioni militari.

 

La guerra nei comuni del XIII secolo

Essere in guerra era una condizione naturale per gli uomini del Medioevo, e gli abitanti dei comuni italiani non facevano eccezione. Era normale, infatti, che un comune fosse in guerra con un altro, e i cittadini ci erano abituati. Si potrebbe dire che non c’era distinzione tra pace e guerra, in quanto il comune era sempre in guerra con questo o con quello, ma ciò non significava che gli abitanti fossero continuamente impegnati in operazioni militari. Del resto, la guerra non era una guerra totale, come siamo abituati a pensarla oggi e come è diventata dalla Prima Guerra Mondiale. La guerra si faceva non distruggendo l’esercito o la popolazione nemici, ma danneggiandone l’economia in modo da ottenerne la sottomissione, che in genere si traduceva nella cessione di alcuni castelli, in modo da ampliare il territorio controllato dal vincitore.

La guerra avveniva preferibilmente quando era bel tempo, perché muovere gli eserciti era più facile. Le spedizioni militari duravano per un periodo limitato, ed erano in genere concepite per distruggere le fonti di sostentamento del nemico, i campi, gli alberi da frutto, i mulini. A volte si assediava un castello (cosa che comportava un allungamento della campagna), ma le grandi battaglie erano molto rare: causavano perdite ingentissime di vite umane da una parte e dall’altra (“L’unica cosa peggiore di una battaglia vinta è una battaglia persa”, diceva il Duca di Wellington) e questo poteva mettere seriamente in crisi l’economia del comune vincitore. Inoltre, per affrontare una battaglia occorreva muovere tutto l’esercito (“Andare a oste”, dicevano nel Duecento) e ciò significava lasciare i campi e le botteghe senza lavoratori.

Di seguito analizzeremo brevemente il sistema degli obblighi militari, che era la base sulla quale i comuni del XIII secolo organizzavano la guerra. È un concetto un po’ostico per la sua complessità, ma è fondamentale per capire l’organizzazione degli eserciti comunali; cercheremo di spiegarlo nel modo più semplice e concreto possibile.

Analizzeremo poi quelle che erano le due principali forme secondo cui si configuravano le operazioni militari nell’Italia comunale: la cavalcata e l’esercito, o oste.

Il sistema degli obblighi militari feudali

Le regole che governavano la guerra nei comuni erano basate sul sistema degli obblighi militari feudali, in vigore in tutta Europa durante gran parte del Medioevo: il re, l’imperatore, il papa o un qualsiasi signore feudale (duca, conte, marchese) concedeva della terra (un “feudo”) a un altro nobile di rango inferiore (detto “feudatario”). Il feudatario aveva pieni diritti su questa terra, vi amministrava la giustizia (almeno il primo grado di giudizio), ne incamerava le tasse e poteva a sua volta concederne parti a nobili di rango ancora minore, in una sorta di catena, o meglio di piramide. Ovviamente c’erano infinite possibili varianti di questo “contratto” feudale, ma a grandi linee era così in tutto il continente.

Ogni feudatario in cambio doveva al suo signore (il nobile di rango superiore, che gli aveva concesso il feudo, cioè lo aveva “infeudato”) una parte delle tasse che esigeva dal feudo; in più il feudatario doveva prestare un servizio militare, di un certo numero di giorni all’anno (di solito una quarantina), con un seguito ben determinato di truppe. Il seguito dipendeva dalla grandezza del feudo: più terra possedeva il feudatario, più truppe doveva portare con sé.

Il re dunque chiamava alla guerra i duchi, i feudatari più importanti e ricchi, che potevano permettersi un seguito di numerosi cavalieri, nobili ma senza feudo, al loro servizio; inoltre i duchi chiamavano alla guerra i conti (il grado inferiore nella gerarchia feudale), che erano a loro volta accompagnati dal proprio seguito personale e dai propri vassalli, e la catena proseguiva, fino ai piccoli e piccolissimi feudatari e giù giù fino ai contadini più poveri che, avendo appena la terra per sostentarsi, andavano alla guerra da soli. I servi della gleba poi, non essendo liberi, non avevano obblighi militari.

Il sistema degli obblighi militari comunali

In tutta Europa, al nascere dell’organizzazione comunale, le città si sostituirono ai sovrani, mantenendo in vigore questo sistema: il comune concedeva ai propri cittadini, anziché un feudo, la libertà e il diritto di partecipare alle decisioni politiche (in pratica, i vantaggi dati dall’istituzione comunale). In cambio il comune pretendeva da essi, che prendessero le armi per difenderlo in caso di necessità. I termini di questo servizio erano analoghi a quelli previsti per i nobili feudatari: un periodo di giorni ben preciso (in media un mese l’anno) e un equipaggiamento ben determinato, di cui il cittadino si doveva dotare, a proprie spese.

Infatti, non essendoci terra o feudi da concedere, i cittadini erano divisi in base alla ricchezza e al potere; i più ricchi e potenti rivestivano le cariche più alte e in pratica governavano la città, e per questo dovevano presentarsi non con un seguito, ma con un cavallo e tutta la bardatura per servire nella cavalleria; i popolani invece dovevano provvedersi di lancia e scudo, giù giù fino ai più poveri che erano esentati dal servizio. Andiamo a esaminare più nel dettaglio questo meccanismo.

-          Magnati (nobili) e popolo grasso (popolani ricchi), con la loro ricchezza e il potere che ne derivava, decidevano la politica del comune, e secondo l’adagio “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, erano chiamati a formare la cavalleria. Questo era in netto contrasto con il sistema feudale, nel quale solo i nobili potevano essere milites; ma i comuni erano molto più pragmatici e miravano, come si dice in Toscana, “a far ciccia”, e pretendevano che chiunque se lo poteva permettere, nobile o no, mantenesse un cavallo e un’armatura.

-          Il popolo minuto, ossia artigiani, commercianti, manovali e lavoranti vari, riunito nelle società d’armi, aveva limitati poteri decisionali ma era sufficientemente organizzato per tutelare i propri interessi dallo strapotere dei più ricchi; questi popolani formavano il grosso della fanteria; i più ricchi tra essi (ma non abbastanza da permettersi un cavallo) e i più affidabili servivano come balestrieri e pavesari.

-          Fuori dalla città c’erano poi i contadini (intendendo con ciò gli abitanti del contado), che formavano la maggioranza della popolazione, tra il 70 e l’80 %: essi potevano essere “liberi”, cioè in qualche modo padroni, proprietari o affittuari, della terra che lavoravano, o dipendenti (non necessariamente servi della gleba, ma braccianti agricoli). I contadini contavano poco o nulla nella struttura di potere comunale, e ciò si rifletteva nel servizio militare che era loro richiesto: i contadini “liberi” servivano come arcieri e come fanti, più in tutta un’altra serie di ruoli di supporto, come palaioli, marraioli ecc., ossia quello che oggi chiamiamo “Genio”; i braccianti agricoli, così come gli strati più poveri della popolazione urbana, erano esentati dal servizio.

Nella pratica, il sistema era strutturato così: i cittadini appartenenti alla classe di reddito più elevata dovevano mantenere un cavallo, con tutta la relativa bardatura; questo cavallo doveva, in caso di guerra, essere consegnato al comune; si diceva che a questi cittadini “era imposto un cavallo”, ossia il cavallo era una sorta di imposta da pagare; in particolare, questo onere o “tassa in natura” era detto “cavallata”, e l’insieme dei cittadini che dovevano fornire un cavallo era detto “le cavallate”. Cittadini con redditi più bassi, come si è detto, dovevano mantenere in buona efficienza una balestra o un arco, per consegnarli al comune in caso di necessità: anche per loro valeva la formula dell’imposta; troviamo infatti scritto nei documenti “iis quibus imposita sunt balistae” ossia “coloro ai quali sono imposte le balestre”.

Il comune stesso provvedeva poi a distribuire cavalli, archi e balestre ai combattenti di sua fiducia, e poteva in teoria non esserci alcun rapporto tra il proprietario dell’arma e quello che poi l’avrebbe usata in battaglia. In pratica però tutte queste armi e cavalli erano “date in carico” a coloro che le possedevano e le avevano consegnate o, se c’erano particolari condizioni ostative (come una malattia o un’impossibilità) a loro parenti stretti (di solito designati dai proprietari stessi). L’“imposta” del cavallo, dell’arco e della balestra si traduceva quindi nel servizio come cavaliere, arciere o balestriere.

Tipi di spedizioni militari: la cavalcata

Si definiva cavalcata una spedizione a cui partecipavano un discreto numero di cavalieri, anche tutti quelli di cui la città poteva disporre, ma una quantità relativamente ridotta di fanti (solitamente non più di un terzo del totale disponibile).

La caratteristica principale della cavalcata era la ridotta quantità di bagaglio trasportato: pochi approvvigionamenti e niente tende. Ne conseguiva che la cavalcata aveva durata limitata e poteva svolgersi solo nella bella stagione, quando ripari di fortuna potevano bastare. Ma da questi svantaggi scaturiva, grazie anche alla sostanziale aliquota di cavalleria, una notevole mobilità, che era proprio il vantaggio più ricercato della cavalcata.

L’obiettivo di questo tipo di spedizione era infatti quello di compiere una rapidissima (per gli standard medievali, beninteso: niente blitzkrieg!) incursione nel territorio nemico, per danneggiare il più possibile la sua economia, bruciando i campi, tagliando gli alberi da frutto e demolendo gli edifici. La cavalcata si sarebbe poi ritirata rapidamente all’eventuale appressarsi dell’armata nemica. Per conseguire questi obiettivi, le truppe di fanteria che partecipavano alla cavalcata erano preferibilmente “guastatori”, per svolgere l’opera di distruzione, e balestrieri, che erano i più efficaci contro la cavalleria, l’unica componente dell’armata nemica che avrebbe potuto inseguire e raggiungere la cavalcata.

Tipi di spedizione militare: l’esercito o oste

L’esercito (exercitus), detto anche oste, era la spedizione militare generale, quella in cui tutto il popolo della città scendeva in armi contro il nemico. Vi partecipavano tutti i sudditi del comune, cittadini e abitanti del contado, e spesso anche contingenti di città alleate (quella che veniva chiamata l’amistà, ossia l’amicizia, l’alleanza).

Dal punto di vista logistico, ci si portava dietro tutto l’occorrente per trascorrere un lungo periodo in armi, anche eventualmente “sforando” nella cattiva stagione: viveri, tende e, spesso, macchine d’assedio. Infatti anche in questo tipo di spedizioni si devastava il contado del nemico, ma solitamente l’oste era diretta verso uno o più luoghi ben precisi, castelli o borghi fortificati (terre, come si diceva allora), che ci si poneva come obiettivo di conquistare. Gli assedi solitamente non duravano molto, tuttavia gli obiettivi dell’oste erano più “di lungo termine” rispetto a quelli della cavalcata, quindi si doveva essere ben provvisti di viveri: se ad esempio si partiva in agosto o in settembre, si doveva anche essere disposti e preparati a restare in campo fino alle porte dell’Inverno.

Un’altra implicazione del vasto spiegamento di forze dell’oste era la lentezza, quindi l’incapacità di sfuggire a un confronto con l’esercito nemico; quando un comune sceglieva di non fare una cavalcata, bensì di “andare a oste”, come si diceva, accettava l’implicito rischio di dover dare battaglia, con tutte le drammatiche conseguenze che ne derivavano: infatti, l’esercito era accuratamente preparato per questa evenienza. Spedizioni di respiro più limitato, ma con l’obiettivo recondito di provocare il nemico, potevano prevedere la mobilitazione di tutto un comune e dell’amistà proprio perché si sperava (o si temeva) di dare battaglia. Ad esempio, i Guelfi nel 1260 dovevano scortare rifornimenti alimentari a Montalcino, che subiva continue devastazioni del contado da parte dei Senesi; scelsero il percorso che passava sotto le mura di Siena, per provocare i Senesi e indurli alla battaglia decisiva. Per questo mobilitarono tutte le loro armate da Firenze, Lucca, Prato, Pistoia, Orvieto e altre città. La spedizione culminò nella disastrosa battaglia di Montaperti, che vide l’annientamento della potenza guelfa in Toscana.

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francescodileone@virgilio.it (Francesco Di Leone) Gonfalone del Bufalo Wed, 21 Mar 2012 19:33:55 +0100
L’organizzazione della fanteria comunale fiorentina tra 1250 e 1300 http://www.aresitaly.com/articoli/item/55-l’organizzazione-della-fanteria-comunale-fiorentina-tra-1250-e-1300.html http://www.aresitaly.com/articoli/item/55-l’organizzazione-della-fanteria-comunale-fiorentina-tra-1250-e-1300.html

Gli eserciti comunali erano, contrariamente a quanto si crede, tutt’altro che una disorganizzata massa di popolani. Sebbene non venisse compiuto un addestramento vero e proprio, tuttavia l’esercito era composto da diverse specialità, ciascuna con un proprio compito, descritto e regolato da precise norme che prevedevano pesanti sanzioni per chi disobbediva. Sebbene non esistesse standardizzazione né uniformi, tuttavia le armi e le protezioni che il fante, o il cavaliere, doveva portare erano elencate chiaramente, così come era tenuto un accurato registro delle poche armi che il comune affidava ai singoli (per esempio, i pavesi). Anche qui erano previste multe salate per chi si presentava senza l’equipaggiamento richiesto o abbandonava ciò che il comune aveva fornito.

 

Le fonti

Un esempio di questa “legislazione militare” è quella contenuta all’interno del Libro di Montaperti[1], il codice che elenca una parte delle truppe fiorentine chiamate nella campagna contro Siena del 1260, che si risolse nella devastante sconfitta sul torrente Arbia. Oltre al prezioso elenco, il Libro comprende infatti il codice militare, cioè la raccolta di ordinamenti che dovevano regolare l’oste (così era indicato l’esercito in età comunale) e, infine, l’ordine di marcia che le truppe dovevano adottare, indizio questo che depone ancora una volta a favore di un esercito organizzato e non di una marmaglia indistinta. Firenze non era certo un caso atipico, anzi per certi versi può considerarsi l’epitome del comune italiano del XIII secolo; inoltre singoli decreti riguardanti l’ordinamento delle milizie si ritrovano in tutte le altre città toscane di cui ci sono pervenuti documenti (per le nostre ricerche ci siamo basati essenzialmente su quelli di Prato e di Pistoia). Non sembra quindi eccessivo presumere che l’organizzazione dell’esercito guelfo del 1260 fosse, con poche varianti, comune alle altre città toscane.

Chi erano i fanti comunali?

Tutte le fanterie, nel libro di Montaperti, sono genericamente indicate come populus, per indicarne il ceto sociale di provenienza, in contrapposizione con la riccamilitia. Nell’ordinamento militare comunale i fanti erano dunque tutti quelli non abbastanza ricchi da permettersi un cavallo. Come si può leggere nei passi delle cronache del periodo riferiti a spedizioni militari, erano la schiacciante maggioranza[2]:

-          1260, oste guelfa contro Siena (batt. di Montaperti): 3.000 cavalieri, 30.000 fanti;

-          1269, oste fiorentina contro Siena (batt. di Colle Val d’Elsa): 1.400 cavalieri, 8.000 fanti;

-          1288, oste guelfa contro Arezzo: 2.600 cavalieri, 12.000 fanti;

-          1288, Senesi a Pieve al Toppo: 400 cavalieri, 3.000 fanti;

-          1288, Aretini a Pieve al Toppo: 300 cavalieri, 2.000 fanti;

-          1288, oste aretina a Laterino: 700 cavalieri, 8.000 fanti;

-          1289, masnada aretina a Montevarchi: 300 cavalieri, 3.000 fanti;

-          1289, oste guelfa contro Arezzo (batt. di Campaldino): 1.600 cavalieri, 10.000 fanti;

-          1289, oste aretina (batt. di Campaldino): 700 cavalieri, 7.000 fanti.

Da queste cifre risulta evidente come la proporzione si aggiri sempre intorno a 1:10, senza salire mai oltre 1:5. Bisogna aggiungere che, in molti casi, diverse centinaia di cavalieri erano assoldati, cosa che diminuisce ancora di più la media della proporzione. Del resto, il popolo minuto costituiva la stragrande maggioranza dei cittadini, e la quasi totalità degli abitanti del contado, e nessuno di costoro era in grado di sostenere le pesanti spese necessarie per mantenere un destriero, un cavallo per il trasporto, armi e armatura.

Abbiamo detto che i nostri fanti erano popolani. Ma di chi si trattava, nel dettaglio? I pedites erano, per la precisione, gli appartenenti al ceto più basso, il “popolo minuto” (così chiamato in contrapposizione al “popolo grasso”). Si trattava di artigiani, piccoli commercianti, apprendisti e salariati (lavoratori dipendenti). Non erano abbastanza ricchi per permettersi un cavallo, ma neanche così poveri come molti immaginano: in realtà nei Comuni italiani del XIII secolo si viveva abbastanza bene, quantomeno si viveva (in contrasto con molte altre parti d’Europa dove gli appartenenti a questo ceto, più che vivere, sopravvivevano). Il commercio era fiorente e il cibo, se ci si adattava alla monotona dieta medioevale, non mancava. Ma che tipo di combattenti erano i fanti cittadini del mille e duecento?

I fanti fiorentini del XIII secolo erano uomini orgogliosi, animati spesso da un sincero disprezzo nei confronti del nemico; uomini che sapevano mostrare anche un certo coraggio, solitamente molto religiosi (la religiosità medievale sconfinava abbondantemente nella superstizione) che prima della battaglia invocavano su di sé la protezione della Madonna e del patrono della loro città. Infine, erano soldati non proprio ideali, dal morale alto ma in generale poco desiderosi di combattere; saldi e disciplinati dietro i loro tavolacci, ma non in grado di sostenere uno scontro da soli: se i milites, soldati di natura se non di mestiere, volgevano in fuga, perché gli artigiani, i contadini, i bottegai sarebbero dovuti restare?

Il popolano, che avrebbe combattuto come pedes, non riceveva addestramento, o meglio, non era addestrato a complesse manovre in ordine chiuso; tuttavia, in mischia se la sapeva cavare piuttosto bene: si faceva esperienza nelle battagliole, scontri con armi di legno e sassaiole combattuti durante il Carnevale o all’inizio della Primavera. Le battagliole avevano molti scopi: abituavano il cittadino alla confusione e allo stress psicologico della mischia, rinforzavano i legami tra i fanti che si sarebbero trovati fianco a fianco anche sul campo di battaglia, “addestravano”, se così possiamo dire, il fante all’uso di armi corte quali mazze, asce, spade; infine, alzavano il morale dei popolani che vi prendevano parte “caricandoli” di orgoglio e fiducia in sé stessi.

L’organizzazione della fanteria e i vexilla

All’inizio dell’epoca comunale, e per tutto il XII secolo, il potere era in mano alle grandi famiglie nobili, e i popolani erano con esse in un rapporto clientelare. In caso di guerra, i popolani seguivano i loro patroni, e probabilmente non avevano un’organizzazione propria, o forse combattevano in contingenti su base parrocchiale (le parrocchie, dette populi, erano la base dell’amministrazione cittadina, in quanto unico luogo nel quale si tenevano registri di nascite, matrimoni e morti di tutta la popolazione). Pian piano però, nel corso della prima metà del XIII secolo, i popolani iniziarono a cercare di affrancarsi dal potere dei nobili. Il 20 ottobre 1250, i popolani fiorentini si armarono, si radunarono e imposero ai nobili indeboliti il governo cosiddetto del “Primo Popolo”. Questa istituzione aveva il proprio pilastro nella societas populi, ossia l’associazione di tutti i popolani della città, guidata dal capitaneus populi, il capitano del popolo, e divisa in vexilla o gonfaloni, come li chiama Giovanni Villani: le suddivisioni di base del popolo fiorentino, in pace e in guerra.

Il governo del Primo Popolo fu travolto dalla sconfitta di Montaperti (4 settembre 1260) e a Firenze fu instaurato un governo ghibellino, che fu cacciato dal popolo l’undici novembre del 1266; in seguito furono le nobili famiglie guelfe a prendere sempre più potere, finché nel 1301, con l’aiuto del fratello del re di Francia Carlo di Valois e di papa Bonifacio VIII, presero il controllo del comune. In ogni caso, vexilla o gonfaloni rimasero una costante degli ordinamenti del popolo fiorentino, a volte come semplice suddivisione amministrativa, a volte come strumento di lotta politica a difesa del regime popolare, ma sempre, ed è quello che più ci interessa, unità base della fanteria fiorentina.

I vexilla erano sia società di mutuo soccorso, sia compagnie di milizia pronte a intervenire ogniqualvolta la prepotenza dei nobili minacciava i diritti dei popolani o la stabilità delle istituzioni comunali: potremmo definirle una via di mezzo tra le compagnie di milizia americane del XVIII secolo (i famosi minuteman, che dovevano presentarsi armati un minuto dopo l’allarme) e le associazioni operaie di mutuo soccorso della fine del XIX – inizio del XX secolo. I gonfaloni della fanteria erano il baluardo del regime popolare, parte integrante dell’organizzazione dello stato, e ricevevano le loro insegne in solenni cerimonie religiose.

In caso di guerra o di tumulti, i vexilla si trasformavano in compagnie di fanti. In ogni gonfalone si radunavano gli uomini abili delle parrocchie che facevano parte delvexillum. Il comandante dell’unità, a quanto sembra dal Libro di Montaperti, altri non era se non il rettore della società. A livello amministrativo, l’unità base, al di sotto del gonfalone, era la cinquantina (48 uomini e 2 capitanei, capitani) suddivisa in due venticinquine (24 uomini e 1 capitaneus), che prestavano servizio a turno: in caso di guerra, una partiva e una restava in città; se la spedizione durava per troppo tempo, le due venticinquine potevano darsi il cambio. Questo numero derivava dalla suddivisione dei turni di guardia sulle mura e alle porte della città e doveva quindi essere per forza un multiplo di dodici (le ore della giornata). È da notare però che queste suddivisioni non erano affatto autonome. In campo, tutti i fanti della città combattevano in una schiera[3] (in una sola schiera).

L’aspetto principale di questa organizzazione era che, in battaglia, si trovavano l’uno accanto all’altro uomini provenienti dalla stessa parrocchia, già legati tra loro, abituati a sostenersi a vicenda, amici, parenti, colleghi, con il risultato di migliorare notevolmente il morale e soprattutto lo spirito combattivo dell’unità. Infatti, tutti gli studi, in epoche recenti, hanno dimostrato che il combattente lotta non per una causa, né per denaro, ma per salvare la vita dei propri compagni d’arme[4], né abbiamo motivo di credere che fosse diversamente per i popolani del XIII secolo. I comuni organizzavano le unità militari in modo che questo cameratismo fosse qualcosa di già acquisito tra i componenti.

Un po’ di numeri

La città di Firenze era divisa in sei parti, dette appunto sestieri o sesti, ognuna delle quali forniva all’esercito del comune un contingente di fanteria e uno di cavalleria; la fanteria di ogni sesto era comandata da un gonfalonerius peditum (gonfaloniere dei fanti), coadiuvato da due distringitores e due consiliarii. Solo i gonfalonieri erano nominati dai capitani dell’esercito, mentre i distringitori e i consiglieri erano scelti dai singoli gonfalonieri.

Ogni sesto comprendeva un numero variabile di gonfaloni in base alla sua popolosità. Un sesto infatti conteneva diverse parrocchie (dette populi), che erano la base dell’amministrazione cittadina, in quanto unico luogo nel quale si tenevano registri di nascite, matrimoni e morti di tutta la popolazione. Per equilibrare la differente popolosità delle parrocchie, più o meno populi appartenenti allo stesso sesto erano raggruppati in un solo gonfalone: esistevano vexilla che raggruppavano i popolani di una sola parrocchia (ad esempio, a Firenze la società dell’Aquila del sesto di Borgo, che conteneva solo il popolo di Santa Trinita), e altri che ne contavano tre o quattro (sempre a Firenze, la società della Scala del sesto d’Oltrarno, che raggruppava gli uomini delle parrocchie di San Niccolò, San Giorgio, Santa Lucia, Santa Maria Soprarno, e una parte di Santa Felicita). Le varie società erano amministrate, in tempo di pace, da dei rettori (rectores).

Ma quanti erano i fanti dell’esercito fiorentino? Nel Libro di Montaperti sono rimasti solo i registri delle venticinquine del sesto di Porta San Pancrazio, suddivise per parrocchie: ne risulta un totale di 42 venticinquine, anche se non tutte “a piena forza”, per un contingente di circa 1050 uomini; fin qui è il dato certo, da qui cominciano le supposizioni e le induzioni.

Si deve innanzitutto notare che l’elenco presenta una lacuna, e Cesare Paoli, che nel 1889 curò lo spoglio del Libro, confrontando questo registro con il successivo, velatamente suggerisce che siano andate perse altre 4 pagine di elenco; se così fosse, e se queste fossero scritte come lo sono le altre (e non vi è motivo di dubitarne), esse registrerebbero presumibilmente (approssimando per difetto) una quindicina di venticinquine in più, per altri 375 uomini: ciò farebbe salire il totale a 1425 uomini, solo per il sesto di San Pancrazio.

Per stimare i valori totali della fanteria, nonché quelli degli altri sesti, possiamo utilizzare il metodo seguente. Dal Libro di Montaperti sappiamo, oltre al numero di fanti di San Pancrazio, il numero di gonfaloni di tutti i sesti; in particolare, San Pancrazio metteva in campo tre vexilla. Come abbiamo già detto, sappiamo anche che i gonfaloni erano costituiti da una o più parrocchie, in modo da bilanciarne la relativa popolosità e risultare tutti di forza più o meno uguale. Quindi, facendo una media, possiamo dire che ogni gonfalone contava attorno ai 350 uomini, se stimiamo a 1050 i fanti di San Pancrazio, o attorno ai 475, se riteniamo valida l’ipotesi del Paoli e stimiamo il totale a 1425. Estendendo questa media agli altri sesti si ottiene:

-          Sesto di Oltrarno: 7 gonfaloni, con 2450 o 3325 uomini (98 o 133 venticinquine);

-          Sesto di Porta San Pancrazio: 3 gonfaloni, 1050 o 1425 uomini (42 o 57 venticinquine);

-          Sesto di San Pier Scheraggio: 7 gonfaloni, con 2450 o 3325 uomini (98 o 133 venticinquine);

-          Sesto di Borgo Santi Apostoli: 2 gonfaloni, 700 o 950 uomini (42 o 57 venticinquine);

-          Sesto di Porte del Duomo: 3 gonfaloni, 1050 o 1425 uomini (42 o 57 venticinquine);

-          Sesto di Porta San Piero: 3 gonfaloni, 1050 o 1425 uomini (42 o 57 venticinquine).

Per un totale che oscilla tra gli 8750 e i gli 11875 fanti, e una media di 10325, in pieno accordo con i dati citati all’inizio dell’articolo sulla base del Villani: una forza in ogni caso imponente, superiore da sola alla gran parte degli eserciti che si scontrarono nell’Europa del Medioevo.

 


[1] C. Paoli, “Il Libro di Montaperti (a. MCCLX)”, Firenze 1889, ristampa anastatica a cura di C. Fabbri nella collana “Memorie italiane studi e testi”, Firenzelibri, Firenze 2004.

[2] G. Villani, “Nuova Cronica”, a cura di G. Porta, Fondazione Pietro Bembo/Guanda, Parma 1991, Tomo Primo, Libro VIII, cap. LXXVIII, Libro VIII, cap. XXXI, CXX, CXXIV, CXXVII, CXXXI.

[3] Dall’Ordine di Marcia nel Libro di Montaperti, op. cit..

[4] Sul tema sono state condotte ricerche da parte di molti Storici Militari del XX secolo, in particolare W. L. A. Marshall, che durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale studiò i comportamenti e le tattiche spontanee messe in atto dalle piccole e piccolissime unità di fanteria dell’US Army. Tali studi hanno evidenziato che, quali che siano i motivi che spingono un uomo ad arruolarsi (costrizione, convinzioni morali o religiose, denaro ecc.), una volta ricevuto il battesimo del fuoco il combattente lotta con l’unico scopo di difendere i propri compagni: il cameratismo è l’unico vero collante delle armate, al di là degli ideali o delle prospettive economiche.

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francescodileone@virgilio.it (Francesco Di Leone) Gonfalone del Bufalo Wed, 21 Mar 2012 19:33:07 +0100
I servizi logistici negli eserciti comunali del XIII secolo http://www.aresitaly.com/articoli/item/54-i-servizi-logistici-negli-eserciti-comunali-del-xiii-secolo.html http://www.aresitaly.com/articoli/item/54-i-servizi-logistici-negli-eserciti-comunali-del-xiii-secolo.html

Per troppo tempo gli eserciti comunali sono stati considerati una massa disordinata di popolani armati alla bell’e meglio, lasciati a sé stessi e costretti a vivere di saccheggi, senza nessuna speranza di assistenza medica. La realtà è ben diversa, come ci dice il Libro di Montaperti[1], la principale fonte documentaria per la storia militare italiana del XIII secolo. Nel libro sono evidenziati due fondamentali servizi logistici, gli approvvigionamenti e il servizio sanitario, più altre unità destinate a fornire all’oste tutta una serie di altri supporti.

 

I mercatores: la logistica

L’esercito si portava dietro una grande quantità di rifornimenti, sufficiente a sostenere i soldati durante tutto il tragitto: il saccheggio infatti non poteva essere praticato in territorio amico, e i frutti delle razzie operate in quello nemico non sarebbero bastati a sostenere tutta l’oste. Inoltre il saccheggio era una fonte di cibo troppo imprevedibile e incerta: era più una azione volta a indebolire l’avversario, che a sostenere le proprie truppe. Le vettovaglie (victualia) erano fornite sia dal contado della città, sia dai territori alleati attraversati dall’esercito. Ne è un esempio la lettera[2] inviata dal Podestà di Firenze a Sinibaldo Tornaquinci, Podestà di Poggibonsi, a proposito delle victualia pro tanta multitudine gentium affluentium che gli alleati dovevano approntare in vista del passaggio dell’oste guelfa nel 1260.

La gestione dell’approvvigionamento era affidata ai mercatores: si trattava di mercanti scelti dal Comune che per prima cosa ritiravano i viveri dalle fattorie (ville) del contado o dai magazzini degli alleati; li custodivano durante la marcia e, infine, li vendevano ai soldati, in veri e propri “mercati da campo”, a prezzo politico. Il comune pagava i soldati, e questi acquistavano i viveri dai mercatores. Era anche un modo per evitare i saccheggi indiscriminati e contenere le razzie solo nei luoghi e nei tempi ritenuti opportuni dai comandanti, perché una città o una terra, nemica oggi, poteva essere amica domani.

Nell’oste fiorentina del 1260, i mercatores erano raggruppati in tre banderie (bandiere), comandate da tre bandiferes (banderai). Ciascuno di essi si avvaleva della collaborazione di un solicitator et coaiutor (sollecitatore e coadiutore) e di un notarius (notaio): il ruolo del primo era probabilmente di “sollecitare” appunto la consegna delle merci da parte delle fattorie del contado cittadino, mentre il secondo doveva ovviamente tenere conto delle transazioni, registrando l’entrata e l’uscita di ogni singolo sacco di farina.

Il sistema dei mercatores non fu limitato alla campagna guelfa contro Siena del 1260; gli stessi soggetti si ritrovano negli ordinamenti del Comune di Prato per la spedizione contro Pisa del 1276, con un’interessante particolare: a un tale Cianus d. Gratie è affidata sia la supervisione dell’attività dei mercatores, sia la bandiera (banderie mercati) che raggruppa tutti i mercatores del comune[3]. Un mercato da campo non formato da civili al seguito, come nell’antichità, ma da uomini al servizio del comune e inquadrati sotto la propria bandiera alla pari delle altre unità, cos’ha da invidiare a un moderno servizio logistico?

Considerazioni sul servizio sanitario

Si è sempre pensato che, negli eserciti comunali, i feriti fossero abbandonati a sé stessi, e il miglior trattamento che potessero sperare fosse una fine rapida da parte dei saccheggiatori che vagavano per il campo dopo la battaglia: altrimenti, sarebbe stata la morte per dissanguamento, per il freddo o per la sete o, se il ferito veniva raccolto, per infezione. Ebbene, tutto questo non risponde completamente a verità.

Nel Libro di Montaperti si parla infatti di tre medici (attenzione, non cerusici qualunque, ma medici) stipendiati dal Comune per la cura dei feriti (medici vulneratorum). I loro nomi meritano di essere ricordati: mastro Ruggero, figlio di Bene degli Obriachi, Gianni da Porte del Duomo e Bernardo. Di questi, uno (mastro Ruggero) viene in seguito incaricato di occuparsi anche dei malati (medicus ad curandum et videndum infirmos). Quest’ultimo, per il suo “doppio servizio”, riceve una paga di tre lire, gli altri due di quaranta soldi ciascuno. Se si considera il numero dei Fiorentini e dei loro alleati a Montaperti (secondo le stime 30.000 fanti e 3.000 cavalieri), tre medici, anche con i loro garzoni o apprendisti, appaiono molto pochi (è pur vero che, nell’immane tragedia di Montaperti, anche trecento sarebbero valsi a ben poco); tuttavia, se ci si limita a considerare la cavalleria, si arriva a una proporzione di 300 – 500 uomini per ogni medico, al livello degli eserciti attuali! E non è tutto: nell’unico registro delle venticinquine (fanteria) che ci è rimasto, quello del Sesto di San Pancrazio, sono registrate anche le professioni di quasi tutti i pedites; vi si contano 6 medici su circa 1050 fanti, con una proporzione all’incirca di uno ogni 170 – 175 uomini. Una proporzione che, se fosse stata ripetuta in tutte le componenti dell’oste (e non c’è motivo di dubitarne), mostrerebbe un quadro estremamente lusinghiero della situazione sanitaria dell’esercito fiorentino.

Questi medici infatti non erano propriamente membri del servizio sanitario, ma inseriti nelle unità combattenti vere e proprie; tuttavia erano pur sempre medici e, anche se non erano vincolati dal giuramento di Ippocrate, c’è da star certi che avrebbero messo a frutto le loro conoscenze per aiutare i compagni feriti, se non durante almeno dopo la battaglia. Ciò appare tanto più vero soprattutto se ricordiamo che, per il sistema di reclutamento dell’oste comunale, si trattava di gente che conoscevano, se non proprio di amici o addirittura di parenti. È anche vero che, essendo in teoria fanti come tutti gli altri, questi uomini rischiavano la morte nella mischia insieme ai loro compagni, e non c’era bracciale internazionale che li proteggesse[4].

Un esame a parte meritano le milizie provenienti dal contado: dei comitatini infatti non è registrato il mestiere, come per i cittadini; qui possiamo fare solo supposizioni. Tuttavia, anche nella peggiore delle ipotesi il numero di medici riscontrato nelle truppe provenienti dalla città basterebbe per tutta l’oste, compresicomitatini e stipendiarii.

I medici veri e propri, l’“ospedale da campo” dell’esercito fiorentino, sembrano avere più che altro una funzione istituzionale, vale a dire certificare, ai fini di licenze, esenzioni e risarcimenti, le ferite, le infermità e gli acciacchi vari che affliggevano i valorosi combattenti della città gigliata. In almeno un caso infatti, a un tal Naccio da Quarto viene data licenza di raggiungere il fratello (ma che sia di ritorno entro tre giorni!) il quale, dicitur, è afflitto da una ferita; et ipsum vulneratum esse Berardus medicus Communis in dicto exercitu affirmavit[5]. Non solo medici quindi, ma medici Communis, il cui primo interesse deve essere quindi tutelare il Comune da truffe e vanificare i tentativi di potenziali imboscati.

Altre unità: salmerie, camerarii, poste campi, nuntii

Accenniamo infine ad altri reparti non combattenti, la cui presenza era però fondamentale per il funzionamento dell’oste. Tutte le considerazioni che seguono sono basate esclusivamente sul Libro di Montaperti.

Le salmerie erano il convoglio che portava le proprietà dei soldati, principalmente le tende e gli equipaggiamenti da campo. A quanto sembra erano composte perlopiù da bestie da soma, poiché non sono mai menzionati veicoli di alcun tipo. Il Libro di Montaperti ingiunge di limitare il numero di conduttori a uno per animale, e dice anche che devono essere disarmati, per non sottrarre uomini validi alle truppe combattenti. Nell’oste fiorentina del 1260 le salmerie erano comandate da due vexilliferi, ciascuno dei quali era responsabile di una banderia comprendente i bagagli di tre sesti, secondo la suddivisione classica, il primo dei sesti di Oltrarno, Borgo e San Pancrazio, il secondo di San Pier Scheraggio, Porte del Duomo e Por San Piero. I convogli di ogni sesto erano poi affidati da una coppia didistringitores: è forse troppo facile pensare che uno cavalcasse in testa, e uno in coda al convoglio.

In tutte le istituzioni del XIII secolo (regni, impero ma anche comuni) la camera era il termine con cui si indicava il tesoro, ossia le ricchezze in denaro liquido possedute dall’istituzione stessa. Anche l’esercito fiorentino del 1260 possedeva una camera, il cui denaro serviva a pagare le truppe e, quando si verificava uno scontro, a risarcire le perdite materiali subite dai combattenti e a acquistare da essi eventuali prigionieri. La responsabilità di questa ingente somma di denaro, che sarà certo stata uno dei più ambiti bottini della giornata del 4 settembre, fu affidata a due camerarii (ossia tesorieri), coadiuvati da due notai, tutti scelti dai capitani dell’esercito.

Un esercito medievale, com’è noto, si portava dietro una enorme quantità di attrezzature in ferro, dalle armi, alle armature, agli arnesi. Tutto questo bendiddio aveva spesso bisogno di riparazioni: ecco che due fabbri, Piero di Rustichello e Dietaiuti, furono incaricati di portare nell’esercito, expensis Communis, cioè a spese del comune, arnensia omnia ad fabrile exercitium opportuna, ossia tutti gli arnesi necessari per l’esercizio di fabbro.

Nel Libro di Montaperti si trovano scelti sei popolani come bandiferes Postarum Campi, ossia banderai delle poste del campo. Ce n’è uno per ogni sesto; supponiamo che, allorché l’esercito si accampava, il podestà li inviasse nelle posizioni ove le truppe dei relativi sesti dovevano porre il campo, ed essi fungevano da riferimento per il successivo montaggio: infatti ogni quartiere della città (fanteria e cavalleria) si accampava per conto proprio, separatamente dagli altri.

Un altro elemento fondamentale per trasmettere il volere del podestà a tutto l’esercito erano gli araldi del comune, o messi comunali, detti nuntii. Questi svolgevano anche in tempo di pace il servizio di araldi, e in occasione della spedizione erano chiamati presso i capitani dell’esercito per svolgere la medesima funzione. Non sappiamo se svolgessero anche la funzione di portaordini nel corso della battaglia, ma ci appare improbabile, anche perché raramente un comandante in uno scontro medievale dava degli ordini: piuttosto, una volta attaccata battaglia, ogni unità svolgeva un suo compito predeterminato.

Infine, vale qui la pena menzionare alcune “commissioni” composte da “supervisori” (officiales super…) con il compito di controllare alcune attività di preparazione alla spedizione e di supporto all’esercito; questo lungo elenco può essere noioso ma dà l’idea del livello di puntiglio raggiunto nell’organizzazione degli eserciti toscani nel XIII secolo:

-          Due supervisori e un notaio, per il controllo, il trasporto e la consegna degli utensili ai palaioli, marraioli ecc.;

-          Cinque supervisori e un notaio per la verifica delle condizioni delle balestre e l’affidamento ai balestrieri;

-          Due supervisori e un notaio per la manutenzione e la consegna dei pavesi ai pavesari;

-          Sei supervisori (uno per sesto) e un notaio, per nominare i vexilliferi (comandanti) delle unità del contado e per organizzare i turni di guardia;

-          Due supervisori e un notaio per trovare e condurre all’esercito le bestie da soma necessarie per trasportare il materiale di proprietà del comune;

-          Cinque supervisori e due notai per controllare l’afflusso a Firenze delle vettovaglie dal contado e l’invio di queste all’esercito;

-          Quattro supervisori e due notai per custodire e fornire alle truppe il “saettame”, ossia frecce e verrettoni per le armi da tiro;

-          Un supervisore e un notaio in ciascuna delle tre cittadine di Poggibonsi, San Donato in Collina e Montevarchi, per la costruzione di macchine d’assedio (hedificia);

-          Due supervisori e un notaio per scegliere un certo numero di arcieri, balestrieri e fanti cittadini per accompagnare la cavalleria qualora questa si debba muovere prima del completamento della radunata dell’intera oste;

-          Un supervisore e un notaio in Lombardia e altrettanti in Romagna, per reclutare in ciascuno dei due luoghi cento berrovieri;

-          Tre supervisori e un notaio per imporre la cavallata a alcuni villaggi del sesto di Porta San Pancrazio;

-          Due supervisori, un notaio e un maniscalco per ricevere e approvare i cittadini fiorentini che vogliono porsi al soldo del comune (cioè come mercenari);

-          Due ufficiali e un notaio per fare il pane a Firenze e inviarlo all’oste, e altrettanti nell’esercito per riceverlo, custodirlo e rivenderlo;

-          Due ufficiali e un notaio per ritirare a Colle Val d’Elsa i rifornimenti preparati in quella città per l’oste;

-          Sei supervisori (uno per sesto) per decidere gli obiettivi delle azioni di “guasto”;

-          Tredici supervisori (tre per Oltrarno e due per gli altri sesti) per vigilare sulla chiamata dei cavalieri, per evitare frodi ecc.;

-          Sei supervisori (uno per sesto) per la costruzione di armi d’assedio (hedificia et scalas, grillos, gattos et turres lignaminis) per l’espugnazione del castello di Menzano;

-          Sei supervisori e tre notai per ciascuno sei sesti di Oltrarno, San Pier Scheraggio, Borgo e San Pancrazio, due supervisori e due notai per Porte del Duomo, otto supervisori e quattro notai per Por San Piero, il tutto per provvedere alla leva delle milizie del contado (i differenti numeri sono forse da ascrivere alle diverse estensioni di contado assegnate a ciascun sesto, e alla loro relativa popolosità);

-          Due supervisori per registrare tutti i cavalieri mercenari al soldo del comune;

-          Sei supervisori, uno per sesto, per ampliare le strade dell’accampamento;

-          Due supervisori e un notaio per vigilare affinché i cavalieri del contado, prima della partenza della spedizione, risiedano a Firenze per essere pronti a muovere.

 


[1] C. Paoli, “Il Libro di Montaperti (a. MCCLX)”, Firenze 1889, ristampa anastatica a cura di C. Fabbri nella collana “Memorie italiane studi e testi”, Firenzelibri, Firenze 2004.

[2] Inclusa nel Libro di Montaperti.

[3] R. Piattoli, “Consigli del Comune di Prato, 15 ottobre 1252 – 24 febbraio 1285” in “Atti delle Assemblee Costituzionali Italiane dal Medio Evo al 1831”, Forni Editore, Bologna 1971 (ristampa anastatica), cons. n. 100, Cons. Speciale del 19 Maggio 1276.

[4] Il bracciale internazionale è quel bracciale bianco con la croce (o la mezzaluna, nei paesi musulmani) rossa che distingue il personale sanitario all’interno degli eserciti moderni. Coloro che vestono il bracciale internazionale sono protetti dalla Convenzione di Ginevra e non possono essere oggetto di atti aggressivi.

[5] Libro di Montaperti: “ (…) e Bernardo, medico del Comune nel suddetto esercito, affermò che lo stesso (fratello di Naccio) era ferito”.

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francescodileone@virgilio.it (Francesco Di Leone) Gonfalone del Bufalo Wed, 21 Mar 2012 19:30:42 +0100
Storia del Semphill's 25th Regiment of Foot http://www.aresitaly.com/articoli/item/53-storia-del-semphills-25th-regiment-of-foot.html http://www.aresitaly.com/articoli/item/53-storia-del-semphills-25th-regiment-of-foot.html

Nel 1688, il parlamento inglese, temendo l’instaurazione di una dinastia cattolica, proclamò decaduto Re Giacomo II sostituendolo con suo genero, il principe olandese Guglielmo III di Orange. In breve tempo scoppiarono rivolte giacobite (a sostegno di Giacomo) in Scozia e in Irlanda. Per fronteggiare la rivolta, il Parlamento autorizzò il Duca di Leven a reclutare un reggimento. Il 18 marzo 1689 fu aperto il reclutamento per le strade di Edimburgo: si racconta che 800 cittadini si arruolarono in due ore.

 


Il Reggimento combatté a Killiecrankie il 27 luglio. La battaglia fu una sconfitta ma il Reggimento si comportò bene e, quando alla fine la rivolta fu soppressa, il Reggimento fu mantenuto.

Combatté poi in Irlanda nel 1691, contro gli ultimi resti delle armate giacobite, e fu quindi trasferito nelle Fiandre a combattere contro i Francesi. Vi restò dal 1692 al 1695, e si distinse all’assedio di Namur, guadagnandosi il diritto di portare il nome della battaglia sulla bandiera.

Tornato in Scozia, il Reggimento di Leven fronteggiò ancora i Giacobiti nella rivolta del 1715, che culminò con la battaglia di Sheriffmuir (13 novembre 1715).

Fu a Gibilterra tra il 1726 e il ’36, nelle Indie Occidentali tra il ’40 e il ’43 e tornò nelle Fiandre nel 1744. L’anno dopo combatté nella battaglia di Fontenoy, dove gli Inglesi furono sconfitti dai Francesi: qui perse un terzo dei suoi effettivi, ma si ritirò in buon ordine dal campo.

Ben presto, il Reggimento dovette rientrare in Inghilterra per fronteggiare una nuova, grave ribellione giacobita in Scozia. Il Reggimento, diventato “di Semphill”, dal nome del colonnello – proprietario di allora, marciò a Nord nell’armata del Duca di Cumberland e partecipò alla battaglia di Culloden (16 aprile 1746) che vide la definitiva sconfitta dei Giacobiti.

Nel 1751, quando i Reggimenti britannici furono numerati, il Reggimento di Semphill, già di Leven, ricevette il numero 25.

Nel 1756 esplose quella che poi divenne nota con il nome di “Guerra dei Sette Anni”, e che Winston Churchill definì “la prima Guerra Mondiale”. Il 25° fu inviato in Germania e partecipò alla battaglia di Minden (1 agosto 1759), dove caricò alla baionetta la cavalleria francese mettendola in fuga.

La leggenda vuole che prima della battaglia i soldati inglesi avessero colto delle rose selvatiche, e se le fossero appuntate sui tricorni. Da allora, ogni 1 agosto, le unità dell’esercito britannico, discendenti da quelle che combatterono a Minden, celebrano il ricordo di quella vittoria appuntando rose sui loro cappelli.

Il Reggimento combatté anche a Warburg (31 luglio 1760), Kloster Kampen (15 ottobre), Fellinghausen (15-16 luglio 1761) e Wilhelmstahl (24 giugno 1762). La pace di Parigi segnò la fine della guerra e il ritorno del 25° alle sue caserme di Newcastle upon Tyne.

Il Reggimento combatté ancora contro la Spagna nel 1782, e nelle Fiandre contro la Francia rivoluzionaria; fu in Egitto contro Napoleone. Per tutto il XIX secolo partecipò alle piccole guerre coloniali che impegnarono l’esercito britannico.

Partecipò alla Guerra Anglo-Boera, alla Prima Guerra Mondiale e alla Seconda, che concluse entrando a Brema, a pochi chilometri da quella Minden dove si era guadagnato le rose nel 1759.

Combatté in Corea e in Malesia, fu in Irlanda del Nord e in Iraq. Nel 2006 è stato amalgamato con i Royal Scots per formare i Royal Scots Borderers.

Nel 1688, il parlamento inglese, temendo l’instaurazione di una dinastia cattolica, proclamò decaduto Re Giacomo II sostituendolo con suo genero, il principe olandese Guglielmo III di Orange. In breve tempo scoppiarono rivolte giacobite (a sostegno di Giacomo) in Scozia e in Irlanda.

Per fronteggiare la rivolta, il Parlamento autorizzò il Duca di Leven a reclutare un reggimento. Il 18 marzo 1689 fu aperto il reclutamento per le strade di Edimburgo: si racconta che 800 cittadini si arruolarono in due ore.

Il Reggimento combatté a Killiecrankie il 27 luglio. La battaglia fu una sconfitta ma il Reggimento si comportò bene e, quando alla fine la rivolta fu soppressa, il Reggimento fu mantenuto.

Combatté poi in Irlanda nel 1691, contro gli ultimi resti delle armate giacobite, e fu quindi trasferito nelle Fiandre a combattere contro i Francesi. Vi restò dal 1692 al 1695, e si distinse all’assedio di Namur, guadagnandosi il diritto di portare il nome della battaglia sulla bandiera.

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francescodileone@virgilio.it (Francesco Di Leone) 25th Regiment of Foot Wed, 21 Mar 2012 19:26:46 +0100
La scarpa del Santa Maria della Scala http://www.aresitaly.com/articoli/item/52-la-scarpa-del-santa-maria-della-scala.html http://www.aresitaly.com/articoli/item/52-la-scarpa-del-santa-maria-della-scala.html

Per aggiungere un tassello alle fonti archeologiche su cui basare la ricostruzione storica presentiamo i rari resti di una calzatura tardotrecentesca. 

Il reperto archeologico che prendiamo in esame è stato rinvenuto durante la campagna di scavo che nel 2005 ha interessato la stanza detta “Corsia San Galgano” del complesso museale “Ospedale di Santa Maria della Scala” a Siena. Lo scavo ha riportato alla luce contesti databili dalla seconda metà del XIII secolo all’età moderna.

 


L’indagine è stata avviata a causa del rinvenimento, durante uno scasso per un nuovo impianto di riscaldamento, di reperti archeologici (tra cui un rotolo formato da undici pergamene datate al 1380 riguardanti documenti relativi ad attività di cantiere) conservatisi nel riempimento delle volte che reggevano il pavimento.

(Bib. http://www.paesaggimedievali.it/luoghi/Siena/sms/sms07.html)

Il reperto, rinvenuto nel riempimento di una volta databile al tardo XIV secolo, è in ottimo stato conservativo. Si tratta di una tomaia di scarpa in pelle spessa, tipo "turn shoe” a punta stondata che presenta pochissime lacune.
Non si è conservata la suola, presumibilmente in cuoio spesso, ma se ne deduce la forma grazie al fatto che si è conservato circa il 75% del bordo inferiore della tomaia, compresi i fori del filo che la assicurava alla suola.

La tomaia era costituita da almeno 6 pezzi: 
1. la parte anteriore
2. la parte posteriore (“toppone”)
3. un contrafforte applicato sul calcagno
4. contrafforte applicato sulle cuciture tra la parte anteriore e la parte posteriore a destra da cui si sviluppa una striscia che esce da una sorta di asola praticata a partire dal bordo della parte anteriore e che si allunga a formare una stringa
5. contrafforte applicato sulle cuciture tra la parte anteriore e la parte posteriore a sinistra da cui si sviluppa una striscia che esce da una sorta di asola praticata a partire dal bordo della parte anteriore e che si allunga a formare una stringa


Le varie parti sono cucite con tecnica a sopraggitto nascosto (cuciture verso l’interno) con un filo molto sottile (si deduce dalla larghezza dei fori) che non si è conservato. La cucitura sulla suola, invece è stata realizzata con un filo spesso, anche i fori sono molto più larghi.

Le misure della tomaia corrispondo ad un odierno "numero 35", ma non possiamo sapere quanto il periodo di giacenza in strato (circa 700 anni) abbia agito sul materiale facendolo ritirare.

Si tratta, presumibilmente, di una scarpa d'uso comune appartenuta ad un operaio che , nel tardo trecento, lavorava al cantiere del Santa Maria della Scala.

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milvus1978@hotmail.com (Dario Ceppatelli) Archeologia Wed, 21 Mar 2012 19:25:54 +0100
Una punta di lancia del XIII secolo http://www.aresitaly.com/articoli/item/51-una-punta-di-lancia-del-xiii-secolo.html http://www.aresitaly.com/articoli/item/51-una-punta-di-lancia-del-xiii-secolo.html

L’indagine archeologica sul sito del Castello di Miranduolo (Chiusdino, SI) ha restituito un’ingente mole di reperti metallici appartenenti alle diverse fasi di vita dell’insediamento. Un buon numero di reperti è interpretabile come arma o strumento riconducibile all’attività bellica. Il numero di punte di freccia da arco o da balestra (oltre duecento esemplari) è più che ragguardevole rispetto alla media dei ritrovamenti nei siti europei risalenti al periodo medievale ma il reperto che più spicca per rarità, interesse e qualità di conservazione è certamente la punta di lancia ritrovata nell’accumulo di materiale del crollo della torre databile alla seconda meta del XIII secolo.

 


Breve descrizione del sito

Le fonti documentarie attestano la presenza di un castello situato sulle pendici nord di Poggio Fogari nell’Alta Val di Merse gia dall’anno 1004. Si tratta del “Castello del Miranduolo”, facente parte dei possedimenti dei conti Gherardeschi, donato ai monaci del monastero di Serena (situato a pochi chilometri di distanza) dai conti stessi.
L’indagine archeologica ci ha permesso di spostare indietro nel tempo le conoscenze relative all’insediamento fino al VII secolo.
In questa sede mi limiterò ad illustrare la storia più recente, relativa al pieno e basso medioevo (1). 
L’insediamento, nel XI secolo, dotato di una cinta muraria che racchiudeva una torre in pietra e vari edifici in materiali misti per un’area complessiva di circa 4650 mq, era difeso da due fossi naturali sui fianchi (con pareti verticali che raggiungono in alcuni punti i 15 metri d’altezza) e due fossati artificiali, perpendicolari a quelli naturali, larghi circa 7 metri e profondi circa 4 m.
Si calcola che, fra contadini, lavoratori, guarnigione e rappresentanti del conte, l’insediamento potesse ospitare normalmente dalle 130 alle 150 persone. 
Dopo un iniziale periodo di sviluppo che arricchì notevolmente l’insediamento (in particolare grazie allo sfruttamento di giacimenti di minerale ferroso e ad una vera e propria industria di estrazione e lavorazione del ferro), gli attriti con il vescovo di Volterra (anche lui possessore di beni in Val di Merse e interessato allo sfruttamento di questa ricca regione) sfociarono in un importante conflitto che si protrasse dal 1125 al 1133 e durante il quale il castello venne fortemente danneggiato.
Dopo questa data l’insediamento continua a vivere anche se non può più vantare l’importanza che aveva prima; la cinta muraria è distrutta e, probabilmente, la torre (un imponente “blocco di pietra” a pianta quadrata di 12 metri di lato) rimane danneggiata.
Si arriva così all’inizio del XIII secolo quando, per iniziativa dei Gherardeschi, viene ristrutturata, almeno in parte, la cinta muraria e si riorganizza l’interno dell’insediamento. Il tentativo di restauro si blocca dopo pochi anni.
Un grosso cambiamento si ha nel 1257-58 quando i Cantoni di Montieri (famiglia emersa dall’entourage guerriera dei Gherardeschi) acquista in blocco l’insediamento ed inizia il restauro. Miranduolo si dota di nuove possenti mura e di torri lungo il perimetro. La torre/palazzo centrale viene restaurata e abbellita da ornamenti esterni (interessante la latrina in muratura posta sul lato posteriore). 
La fortuna dei Cantoni dura poco. Circa vent’anni dopo (1276) il cantiere fallisce. Il castello e il borgo vengono venduti ai Broccardi, altra famiglia montierina, che lottizzeranno e venderanno ad altri privati gli edifici di Miranduolo. 
Si hanno notizie dell’insediamento fino agli anni trenta del ‘trecento, quando ormai è ridotto al rango di podere.

Il reperto

Il reperto preso in esame è riconducibile alla fase Cantoni/Broccardi cioè alla piena seconda metà del XIII secolo. Si tratta di una punta di lancia in ferro, in buonissimo stato di conservazione, lunga in totale 187 mm. La cuspide, massiccia e di forma foliata a sezione romboidale, occupa circa il 38 % di tutta la struttura ed è poco più larga della base della gorbia.

La tecnica di costruzione di un oggetto del genere consisteva nel martellare a caldo una barra di ferro fino ad appiattirne una parte raggiungendo lo spessore desiderato. Successivamente, la parte appiattita veniva arrotolata longitudinalmente fino a formare la gorbia (la parte a cono cavo che alloggia il legno dell’asta). Dopodichè si passava alla forgiatura della cuspide (2).
Nelle punte di lancia di minore qualità il processo di lavorazione si fermava qui. Nel caso di lance qualitativamente superiori, come nel nostro caso, la gorbia veniva ulteriormente scaldata ad alte temperature e ribattuta su un’apposita forma in metallo per saldarne i lembi e realizzare un cono senza soluzione di continuità.

Non si tratta di un’arma esclusivamente da lancio, come un giavellotto. Anzi, si presta per forma e peso (172 g) ad un utilizzo in combattimento ravvicinato. La robustezza del collo e lo spessore della cuspide (11 mm nel punto centrale) la rendono ideale per i violenti colpi di punta anche diretti a bersagli resistenti come scudi o corazze a placche. La punta si presenta abbastanza acuminata da riuscire ad allargare e rompere gli anellini di una maglia metallica. L’apertura della gorbia riesce ad accogliere un’asta del diametro di circa 30 mm a cui, una volta appuntita “come una matita” veniva assicurata grazie a due chiodini in ferro ancora presenti e riconoscibili. 
Con uno spessore del genere è evidente un utilizzo in combattimento da urto. Non ci è dato sapere da chi venisse brandita, se da un cavaliere o da un fante. A mio parere potrebbe prestarsi ad entrambi i casi. Nell’iconografia disponibile per questo periodo non si notano differenze tra le lance utilizzate dai cavalieri e le lance utilizzate dai fanti, se non nella lunghezza dell’asta (3).
Il fatto che tutto il perimetro della cuspide presenti tracce di affilatura fa supporre una certa efficacia anche nel colpo di taglio. Non è lo scopo principale per cui questo tipo di arma è progettato, ma un taglio portato alle parti molli di un avversario, specialmente se privo di protezioni, può provocare comunque grossi danni.

Non sono riuscito, per il momento, ad individuare confronti in scavi della Toscana centro-meridionale (4). Le punte di lancia rinvenute provengono da contesti altomedievali (5) (corredi di tombe longobarde e insediamenti carolingi) o hanno datazioni posteriori al XIV secolo. Questa lacuna è dovuta sicuramente alla pratica di riforgiare e riutilizzare oggetti metallici una volta danneggiati, ma anche alla alta deperibilità dei manufatti in ferro (6). 
Solo il caso fortuito del deposito in luogo sigillato (il nostro reperto è stato rinvenuto sotto diversi metri di crollo) e un tipo di ambiente favorevole alla conservazione del ferro ha potuto far si che oggi potessimo studiare e ammirare un tale interessantissimo oggetto.

 



(1) Per maggiori informazioni sulla storia di Miranduolo: VALENTI 2008.
oppure consultare il sito http://archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/MIRANDUOLO/MIR.htm

(2)  Hodges 1989.

(3) Per l’iconografia mi sono basato prevalentemente sulle immagini della Bibbia Maciejovski.

(4) Belli 2005

(5) Panichi 2001-2002

(6) Zagari 2005 e Giardino 1998


BIBLIOGRAFIA

Belli 2005 = M. Belli, Produzione circolazione consumo di manufatti metallici nella Toscana meridionale del Medioevo (secoli IX-XIV), Tesi di dottorato di ricerca in Archeologia Medievale, XVII° ciclo, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Siena, A.A. 2004-2005.

Giardino 1998 = C. Giardino, I metalli nel mondo antico. Introduzione all’archeometallurgia, Bari.

Hodges 1989 = H. Hodges, Artifacts, An introduction to early materials and technologies, London.

Panichi 2001-2002 = S. Panichi, I reperti metallici proveninti dallo scavo di Poggio Imperiale a Poggibonsi (SI). Per una archeologia della produzione, Tesi di Laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Siena, A.A. 2001-2002.

Valenti 2008 = M. Valenti (a cura di), Miranduolo in alta Val di Merse (Chusdino, SI). archeologia su un sito di nel Medioevo toscano, All’insegna del Giglio, Firenze 2008.

Zagari 2005 = F. Zagari, Il metallo nel medioevo. Tecniche, strutture, manufatti, Roma

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milvus1978@hotmail.com (Dario Ceppatelli) Archeologia Wed, 21 Mar 2012 19:24:47 +0100